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Mag 16 2020

La tresca tra Venere e Marte

Jacopo Robusti, detto Tintoretto, "Venere, Vulcano e Marte" (1550-52)

Jacopo Robusti, detto Tintoretto, “Venere, Vulcano e Marte” (1550-52)


Ci son dipinti che li ammiri reverente, altri li passi via perché proprio non ci siamo, altri ancora ti mettono a disagio, vedi quel che capitò a Stendhal nel 1817 a Firenze. E poi ci sono quadri che fanno ridere. Sì, avete letto bene: ridere. È il caso di «Venere, Vulcano e Marte» del Tintoretto, databile attorno alla metà del ’500. Osserviamolo insieme. Vulcano torna precipitosamente nella stanza nuziale perché Apollo, il dio del Sole – evocato dai raggi che trafiggono il vaso alla finestra – lo avverte che sua moglie Venere si sta concedendo al dio della Guerra, Marte. Il quale, come un comunissimo mortale, si nasconde sotto il letto nella speranza di non farsi beccare. Se non fosse per quel botolo – decisamente un bel bastardino – che si mette ad abbaiare al suo indirizzo. La camera è fitta di citazioni veneziane: i vetri, il letto sontuoso, lo specchio sullo sfondo, che offre alla scena una terza dimensione. Cupido se la dorme, ovvero finge, come a dire io non c’entro. Proprio lui, Amore, che secondo una variante del mito è uno dei figli della coppia di fedifraghi. La versione originale del racconto la troviamo nel libro ottavo dell’Odissea, e i particolari a ben vedere non tornano del tutto. Vi si legge infatti che, per vendicarsi, Efesto fabbrica una trappola di catene «sottili come fili di ragno», fingendo poi di andarsene altrove. Quando gli amanti si appartano beati, le catene li avvincono, feroci. Vulcano allora convoca gli dei, solo i maschi visto che le femmine, per pudore, non vogliono saperne. Ridono, i supremi, non del povero Vulcano, ma di Marte imprigionato, per tacer di Venere, costretta alla vergogna. Sì, ridono perché il claudicante Efesto l’ha fatta al prestante Ares. «Il lento acchiappa il veloce», canta Omero. Ma nella Venezia nel ’500 si ride d’altro, e in altro modo. Si ride di Marte sotto il letto, di un tradimento divinamente umano, del marito che ispeziona la consorte, di Venere spocchiosa e del putto malizioso, per tacer dell’immagine allo specchio – infedele pure quello – che riflette Vulcano con entrambe le ginocchia sopra il letto. Al fascino di Venere nessuno resiste, nemmeno lo sposo fresco di raggiro. Soltanto Narciso ignorò le grazie della dea, ma questo – lo sappiamo bene – è tutto un altro mito.

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