Apr 25 2019

La giornata di uno scrutatore

Sedia_Caporossi 20 giugno 1976. Quell’anno i diciottenni furono ammessi al voto, io ci rientrai per qualche mese. Già che c’ero, mi candidai come scrutatore. Non ricordo il mio voto, quando la scheda viene inghiottita dall’urna alla fin fine tutto si congeda. No. Ricordo un partigiano portato a braccia su una sedia di legno. Il suo arrivo era stato preceduto da un alone di rispetto. Non era tempo di carrozzelle, accessi per disabili e altre migliorie. Ecco comparire un uomo secco che non riusciva a parlare, si esprimeva a versi aspri e certe occhiate. Ictus, probabilmente. Mi offrii di accompagnarlo al voto, mi incenerì con uno sguardo: voleva fare da solo, anche se faticava a tenere la matita, la scheda per mano non ci stava. Nessuno osò contraddirlo. Nel silenzio che era sceso per il seggio sentii distintamente il tratto vergato sulla scheda. Un segno vigoroso, più volte ripetuto. Il partigiano richiamò i compari, la scheda semichiusa sulle ginocchia, la fatica di indovinare la fessura dell’urna. Nessuno si azzarda ad accompagnare quella mano. Durante lo scrutinio, alcune schede vennero dichiarate nulle. Su una ci fu battaglia: il segno sul simbolo del Partito Comunista era così netto che la scheda era stata passata da parte a parte. Le opposte fazioni si accapigliarono per ragioni di bottega. Ecco, io sono certo che quella fosse la scheda del partigiano senza voce. L’intenzione di voto è chiara, dissi col candore dei miei diciott’anni, e tanto deve bastare.
 

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Apr 24 2019

Puffando s’impara

MONDO-PUFFO_ Chi si addentra nel complicato mondo della scuola – per tacer delle aziende, che meriterebbero un’apposita sezione – deve aver chiara un’importante verità: tra professori e ragazzi, senza scordarsi applicati, segretari e non docenti, vale un gergo tutto particolare, che a volte rende difficile la comunicazione. Non mi riferisco solo alle mille sigle e acronimi speciali: Pon, Pof, Rav, Sbam, Slurp, Zang, Tumb (un premio a chi distingue i veri dai falsi). No, il tema è più delicato, perché riguarda la relazione tra l’educare e il prosaico daffare quotidiano. Mi aiuto con un esempio: avete presente i Puffi? Sì, gli esseri blu inventati 60 anni fa da quel genio di Peyo. La nascita del nome è interessante: a tavola l’autore chiese a un amico di passargli la saliera, ma siccome non gli veniva il nome partorì un improbabile «Schtroumpf», da noi poi tradotto con Puffo. Al che l’altro rispose senza un plissé: «Tieni, ecco il tuo Puffo, quando avrai finito di puffarlo, me lo ripufferai». A quel punto Peyo si trova ostaggio del termine, lo usa di continuo finché, per liberarsene, inventa per l’appunto il popolo blu con tutte le sue saghe e avventure. Dove voglio parare? Chi dall’esterno si interroga su quel che avviene a scuola non sempre capisce quel che si puffa entro le mura. È proprio come Gargamella, il gigante antagonista con tanto di Birba. Ebbene, i Puffi riconoscono Gargamella non per l’aspetto, parecchio diverso dal loro, ma per il linguaggio: lo stregone usa a sbrodolo l’espressione prevalente degli esseri blu. Non sa dosare il puffese e per questo viene riconosciuto e rintuzzato. In breve: la scuola dovrebbe imparare a puffare di meno, diciamo il giusto. E certi Gargamella dovrebbero ricordarsi che i Puffi vanno lasciati puffare: perché magari tra i banchi si sta puffando qualcosa di bello e di vero.
 

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Mar 31 2019

Ma come mai

download A ben vedere, anzi ascoltare, è la commistione che mi inquieta. Qui da casa non posso vedere la sfilata di Mezza Quaresima, non ho l’affaccio come si dice in gergo, ma la colonna sonora giunge forte e chiara. Immagino che la parata sia bella, affascinante pure, anche se non sono tra i fanatici del genere. Ma la musica da villaggio turistico è un assordante quattro quarti ossessivamente ritmati, con tanto di animatore che incita la folla a chissà cosa. Qui non si sfila, ci si agita come nel bel mezzo di Ipanema, o perlomeno così me la figuro. Me ne chiedo la ragione, invitandovi a dire la vostra. In breve, io la vedo così: quel che il passato ci ha recato in dote, in questo caso una ricorrenza, ma trasferite il ragionamento dove volete, nel venir condiviso viene forzatamente filtrato attraverso i modelli della cultura diffusa e imperante; che come è noto prevede una sostanziale perdita di lucidità in occasione delle feste comandate, con la necessaria attrezzatura al seguito. Mi e vi domando: ma le persone che vogliono bene a queste tradizioni si rendono conto che in questo modo le stanno tradendo per via? Oppure – e qui sta il peggio – è per loro del tutto logico conciliare le emozioni di un tempo con quel che il giorno d’oggi predica e consuma? Il format, insomma, deve per forza prevedere confusione, calca assordante, perdita di senso collettiva? In questo momento sta rimbalzando “Come mai” di Max Pezzali, con trionfo di clacson e mortaretti, oltre all’immancabile imbonitore che spolmona. Direte: dai, non è da questi particolari che si giudica una sfilata. No, mi oppongo e contraddico: il diavolo sta nei dettagli, questa colonna sonora lo evoca e dimostra. Con le parole di Pezzali mi domando “come mai, ma chi sarai, per fare questo a me”.
 

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Mar 28 2019

Un’amena biblioteca in un volume

Centuria copertina Francamente non ricordo perché mai a poco più di vent’anni io abbia acquistato «Centuria» di Giorgio Manganelli (Rizzoli 1979). Sarà stata la copertina, direte voi. Acqua. L’illustrazione non invitava a prima vista, roba giapponese, valla a capire. Forse la bandella, quanti libri compriamo per quella sottile ingiunzione laterale? A ben vedere, il testo a firma G. M., ovvero di pugno dell’Autore, era tutto men che commerciale. Sentite qui l’abbrivio: «Il presente volumetto racchiude in breve spazio una vasta ed amena biblioteca; esso infatti raccoglie cento romanzi fiume, ma così lavorati in modi anamorfici, da apparire al lettore frettoloso testo di poche e scarne righe». Altro che imperdibile capolavoro come è in voga refertare ai nostri tempi. Sarà stata l’Introduzione, suggerirà l’esperto. Non male come idea, se non fosse che all’epoca il testo non recava in dote alcuna premessa, niente adescamento o seduzione. Solo la versione francese del 1985 reca il sigillo di Italo Calvino, successivamente recepito dalle patrie edizioni: «Da vent’anni la letteratura italiana ha uno scrittore che non assomiglia a nessun altro, inconfondibile in ogni sua frase, un inventore inesauribile e irresistibile nel gioco del linguaggio e delle idee». «Centuria», aggiungeva, è un «sontuoso spettacolo fatto di sintassi elaborata, di nomi, verbi e soprattutto aggettivi inaspettati, l’arte di far sorgere dal pretesto più insignificante una fontana di zampilli verbali, un vortice di analogie, una cascata d’invenzioni esilaranti». E allora: se l’edizione originale non issava di Calvino né ombra né stemma, quale sarà stata la ragion sufficiente per sborsare la non immodesta somma di lire 6500? Proviamo con l’incipit del piccolo romanzo fiume numero uno: «Supponiamo che, ad un certo momento, una persona che sta scrivendo una lettera ad un’altra persona – il sesso o i sessi sono irrilevanti – abbia il sospetto, o forse semplicemente s’accorga di essere lievemente ubriaco. No, non si tratta di ubriachezza molesta, chiassosa e ripugnante – se non per il fatto che l’ubriachezza, iperbole dell’esistenza, ne mette in evidenza (si diceva nei temi) l’intrinseca repellenza». Stile ammiccante, esatto e insieme maliziosamente complicato, ironia in doppia cifra, magia della parola levatrice. E tutto questo vale per ciascuno dei cento romanzi minimi, bonsai: vuoi vedere che il richiamo arboreo motiva la copertina giapponese? Per non dire che nella cerchia dei sodali l’Autore era noto come il Manga, e magari anche questo spiega l’elezione: roba da rasentar la perfezione. A proposito: che dire del principio di economia sotteso alla scrittura? Se un volume di pagine duecento ospita cento possibili romanzi, immaginate le mille situazioni in cifra, le vite in abbozzo piuttosto che fiorite, gli splendidi piaceri, le infinite superbe menzogne e raffinate. E ancora: se l’Autore si sacrifica per cento intrecci e narrazioni, è segno che sta arginando altrettanti novizi sciagurati: queste storie sono già contate, guai a voi imbrattacarte, anime prave. Insomma, «Centuria» è una provocazione indomita, una collezione rutilante e generosa, un subisso di apparizioni magistrali, un florilegio di improvvisi scarti e di sorprese; leggere Manganelli significa scoprire un umorista squisito e micidiale, una voce inconfondibile e sinuosa, un artefice che plasma infiniti universi paralleli alla maniera di Piranesi, Escher o di qualche fiammingo stralunato. Un seduttore splendido e appartato, che con degnazione d’altri tempi ci regala magnifiche sorti e prospettive.
 

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Mar 01 2019

Il quinto vangelo di un povero cristiano

1036813_20150515_mpomilio Concludi «Il quinto evangelio» di Mario Pomilio (Rusconi 1975, oggi disponibile presso L’Orma editore) e la domanda è d’obbligo: ma da dove salta fuori questo romanzo straordinario? Sembra una di quelle montagne che all’improvviso si ergono solitarie dalla pianura senza una ragione apparente. Ignoto ai più, come si conviene ai libri di valore, il romanzo si racconta in breve: a guerra appena terminata – siamo nel 1945 – un ufficiale americano scopre alcuni documenti che rimandano a un ipotetico quinto vangelo. Non un apocrifo, ma un testo in tutto e per tutto si accorda allo spirito della Parola rivelata, forse scritto dall’apostolo Giovanni. In breve, Peter Bergin, questo il nome dello studioso, dedica l’intera vita alla ricerca di questo fantomatico testo. Affiancato da una pattuglia di seguaci, il professore americano mette insieme quanto ritrovato tra svariate biblioteche e sperduti monasteri. Insomma, l’avrete capito: «Il quinto evangelio» è un romanzo densamente polifonico dove, in una cornice filologicamente molto realistica, l’autore inserisce lettere, commenti, lacerti, brani, chiose, tutti a evocare il vangelo perduto. E tanto più la cornice appare verosimile, tanto più straniante appare la costruzione dell’ordito, che si ferma sempre a un passo dalla certezza ultima e definitiva.
Sia chiaro, il romanzo non è di facile lettura: è come la montagna irta e sperduta di cui sopra. Ma se ti lasci catturare dal gioco sottile di Pomilio, dalle sue infinite variazioni, il libro ti regala intelligenza e luce a profusione. D’altronde la letteratura è essenzialmente finzione, e solo accettando questa sua natura può rilasciare il vero. Scrive Pomilio: «Il quinto evangelo, leggenda o realtà, ha rappresentato in ogni caso il versante della speranza, è la Parola che si rinnova, la verità in espansione, il bisogno che prova ciascuna generazione di rintracciare – o d’elaborare – da capo un suo vangelo». La vera letteratura la riconosci quando solleva dubbi, ripassa il mondo, rimastica verità. Persino se si tratta della Parola divina. «Il quinto evangelio» è vera letteratura perché il suo autore riesce a mettere in discussione in un colpo solo senso comune e auctoritas. Non si accontenta del dato di fatto, anzi discute, si accanisce, affabula. In una parola: si smarca dall’ovvio, svaria all’infinito e oltre. E la variazione, come è noto, è il principio cardine della scrittura vera, quella che non accetta la semplice descrizione, le cose come stanno, il mondo apparecchiato e vile.
Già, ma esiste un qualche libro e autore che ci aiuti a collocare questo romanzo fuori dai canoni? Pomilio era nato nel 1921 in provincia di Chieti; sempre abruzzese, nato una ventina d’anni prima, era Ignazio Silone. «L’avventura di un povero cristiano» – libro che quest’anno compie 50 anni tondi e narra la vicenda del gran rifiuto di papa Celestino V, l’eremita Pietro Angelerio del Morrone – sembrerebbe il tassello decisivo. Scrive infatti Silone in quel romanzo: «Dal momento che la Chiesa presentò se stessa come il Regno, cioè da Sant’Agostino, essa ha tentato di reprimere ogni movimento con tendenza a promuovere un ritorno alla credenza primitiva. L’utopia è il suo rimorso. L’avventura di Celestino si svolse, per un lungo tratto, nell’illusione che le due diverse vie di seguire Cristo si potessero ravvicinare e unire». Un nuovo vangelo, nascosto, segreto, proprio come quello vagheggiato da Pomilio nel suo capolavoro. Nelle pagine di Silone, Pomilio pare aver trovato lo spunto ideale, insieme alla certezza che la verità va ogni giorno tessuta e ritessuta, proprio come fa Penelope in attesa del suo uomo. Non a caso, quando apprende le intenzioni narrative di Silone, un vecchio frate commenta così: «Ne potrebbe venir fuori un divertente vangelo abruzzese». Già, l’utopia del quinto evangelio ricorda molto da vicino l’avventura di un povero cristiano.
 

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Feb 22 2019

Sempre caro mi fu quest’Infinito

caspar-david-friedrich-viandante-mare-nebbia 1818 Duecento anni di «Infinito», e questo idillio leopardiano non smette mai di emozionarci. Duecento anni di ermo colle, siepe, interminati spazi e sovrumani silenzi. Duecento anni di poesia unica e magistrale. Che si può dire di nuovo a proposito di un capolavoro assoluto che nemmeno la più stanca consuetudine scolastica è riuscito a guastare? Nulla, probabilmente. Ma proviamo ugualmente a leggerlo come se fosse la prima volta, soffermandoci su ciascuna parola, sapendo che questa poesia è il frutto di infiniti – appunto – ripensamenti e correzioni. Leopardi infatti la pubblicò solo nel 1826, ben otto anni dopo la stesura, inserendola sempre in prima posizione nelle varie edizioni delle sue opere. La lasciò dunque risuonare a lungo tra la sua mente e il cuore, fino a quelle parole che paiono scolpite, eppur così leggere, e belle. Verso dopo verso, proviamo a tendere l’orecchio a questa metrica suadente e generosa.
 
Verso dopo verso
Prendiamo il «fu» del primo verso. Perché «fu»? il remoto fissa un momento preciso nel passato, mentre le vicende che durano nel tempo vengono di solito rese con l’imperfetto, o al limite con il passato prossimo. Il «fu» – non a caso accompagnato dal «sempre» che inaugura il canto – perpetua l’istante della rivelazione avvenuta sul monte Tabor. Prima di quel «fu», Leopardi aveva sperimentato l’infinito solo entro le mura di casa, nell’immensa biblioteca paterna. Imparando a memoria migliaia di pagine, quel giovane favoloso aveva appreso un universo ricco di mondi e di stelle, antiche parole e riflessioni, uomini sapienti ed eruditi, tenerezze e amori. In vetta all’«ermo colle», l’universo sconfinato prende finalmente vita. A occhi chiusi, il poeta «finge» quel che «questa siepe» «esclude». Finge, ovvero immagina, desidera, vagheggia quel che sta oltre. Lo svuota però di ogni antropica fattezza, non evoca nulla di concreto. Felicità, ricchezza, opere, clamori: no, per lui l’infinito non è questa o quella mira, non è un obiettivo tangibile e concreto. L’«ultimo orizzonte» in Leopardi perde ogni sensibile misura, acquistando le vaghe sembianze di «interminati spazi», «sovrumani silenzi» e «profondissima quiete». È indefinito, privo di centro e di confini. In questo e per questo corrisponde al desiderio, il «motore immobile» che da sempre motiva gli uomini. L’errore sta nel pensare di poter saziare il desiderio con oggetti, ricchezze, onori. Roba di poco conto, minuzia che trascorre e muore. Si badi bene, Leopardi non ha nulla contro il piacere, anzi, ma lo indica quale palliativo della sua – e nostra – costitutiva indigenza; il desiderio va semmai coltivato e custodito in sintonia con ciò che l’uomo ha in sé di simile e migliore: l’infinito universo interiore. Certo, a questo compito il cuore «si spaura», ma il poeta ha il coraggio necessario per ambire a simili vette. O profondità, se preferite.
 
L’infinito, gli infiniti
Stormiscono le fronde, il giovane ritorna al presente e lo specchia nell’infinito senza nome che ha appena sfiorato. Persino quel minimo alito di vento reca tracce di infinito nella ridda delle «morte stagioni», «nella presente | e viva, e il suon di lei». L’infinito potenziale del desiderio e quello attuale della storia umana – per tacere di quello che alberga nel nostro cuore – convergono finalmente in una «immensità» in cui il pensiero «s’annega»: non c’è perimetro che tenga, nessuna possibile porzione. Qui la ragione arranca e inutilmente s’affatica, solo l’immaginazione può tener testa a questa dismisura. E forse non è un caso se l’idillio conta quindici versi: uno in più del tradizionale sonetto, componimento che peraltro Leopardi non amava. Preferiva l’endecasillabo libero, ricco di varianti e di lezioni, così affine al proprio universo interiore.
 
La magia della parola
Avviato con «sempre», l’idillio si conclude con «mare»: siamo e saremo sempre per mare, ci dice Leopardi, sempre a rischio, sempre in cerca di ragioni e falsi miti. Il poeta si scopre naufrago e umanissimo viandante. Proprio come il «Viandante sul mare di nebbia» di Caspar David Friedrich, dipinto nel medesimo 1818. Il poeta non sa che direzione prendere, nemmeno dove appuntare lo sguardo. Sa che è «dolce» lasciarsi alle spalle la convinzione di poter tutto comprendere e dominare; sa che dobbiamo ricercare quell’infinito – desiderio, sogno utopia – che ci rende veramente uomini e migliori. Anche per questo non ci stancheremo mai di questa meravigliosa poesia: obbliga a guardare in faccia il vero, per arido che sia, e non si ritrae, o peggio si rassegna; invita a ricercare l’infinito dentro di noi, con coraggio e dedizione; scandisce il verso con un metro suadente e raffinato. Ma forse il segreto ultimo sta nella magia di una voce pura, nel fascino della parola esatta. Parola che per Leopardi è sguardo interiore, ribellione, profumo d’altri mondi, miniera di conforto e dedizione. In una parola, per il genio di Recanati la parola è vita.
 

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Feb 17 2019

Le “Camere” di Tondelli

Pier-Vittorio-Tondelli Trent’anni fa con “Camere separate” Pier Vittorio Tondelli concludeva la sua carriera letteraria, di lì a poco ne sarebbe andato a soli 36 anni stroncato dall’Aids. A legger d’un fiato i suoi quattro romanzi non bisogna scordare che un intero decennio divide “Altri libertini” (1980) dalla sua ultima prova: nel primo libro andava in scena la Bologna studentesca, sgangherata ma a suo modo persino materna. Storie estreme, racconti duri di giovani che ci danno dentro a provare di tutto, a vanverare per locali, a spolmonare per la via Emilia. A suo tempo molti plaudirono il racconto di una generazione, pochi invece hanno saputo cogliere la sofferta generazione del racconto, la scrittura solo all’apparenza automatica, semmai ricca per accumulazione di gerghi e filtrata eccome di letture alte: le bande di Celati, le complicanze gaddiane, le ossessioni di Isherwood, la cifra di Arbasino, giusto per ricordare qualche debito.
 
La superficie inganna
“Pao Pao” (1982) racconta invece una vita militare all’apparenza scanzonata e gaia. Non è proprio così, ancora la superficie inganna. Di fatto proprio in caserma ci si accorge che gli amici spariscono in un amen, basta un ordine di servizio e via, chi li vede più. Le molte infrazioni e scappatelle portano provvisoriamente gioia, e definiscono l’identità omosessuale a protezione di un io messo in croce dalla onnipresente istituzione.
È un anno vissuto di corsa, con un ritmo forsennato che la scrittura restituisce appieno, in una babele di linguaggi e corpi: poi i compagni di naia si sparpagliano, si acutizza il dolore della solitudine e dell’abbandono. Non a caso il finale di “Pao Pao” mostra il ragazzo amato dal protagonista che non riesce nemmeno a restituire uno sguardo d’intesa perché, durante una solenne parata, “non può muoversi lì intruppato e incastrato da far paura”. “Pao Pao” è un addio ai personaggi sghembi di prima: è un Pinocchio paradossale, i ragazzi deliziosi compagni di naia partoriscono il burattino dell’età adulta.
 
Rimini
Con “Rimini” (1985) Tondelli sperimenta la fiction, il racconto giallo. Qui felicemente tutto scorre, la vita pulsa scomposta in sei storie diverse che convergono nella cittadina simbolo di eccessi provvisori, stagionali, poi rinnegati ad ombrelloni chiusi. In superficie il romanzo pare un ammiccamento ai best seller internazionali, tutto scrittura veloce e intrighi. Ma mai come in questo caso Tondelli pare controcorrente, dimostrando che in Italia si può scrivere oltre certi modelli e stili: basta narcisismi, sembra dire, non c’è solo il romanzo storico, cerchiamo di andar oltre le derive filosofiche.
E anche nel suo romanzo più ambizioso incombe il tema della solitudine, la separazione. Un tema che confina da un lato con la rinuncia all’amore, dall’altro con la caparbietà di una passione che ogni volta miracolosamente rinasce. La domanda è sempre quella: se sia possibile amare senza soffrire, poi, il distacco inevitabile: e nel deserto dell’abbandono Tondelli è nello stesso tempo eremita e diavolo tentatore, senza trovare requie né misura.
 
Un modello possibile
Dimostrandosi scrittore vero, Tondelli cerca e trova una risposta al dolore dell’abbandono proprio all’interno dell’arte sua: grazie alla scrittura egli delinea un modello possibile. Un percorso portato a compimento con Camere separate (1989), fin dal titolo profetico di un possibile amore senza invasioni di campo, senza ferite a venire. Nel libro più autobiografico e vero di tutti gli altri, Tondelli guadagna alfine la terza persona, e racconta il percorso di emancipazione dal dolore per la perdita del proprio compagno.
Lo scrittore finalmente scopre che la sua diversità vera, definitiva, è la scrittura: “il dire continuamente in termini di scrittura quel che gli altri sono ben contenti di tacere.” Ora tutto è chiaro: la scrittura salva, è possibile redenzione. Per ogni evento della vita la scrittura concede il visto, il lasciapassare. Tondelli non si limita banalmente a raccontare ciò che ha vissuto, piuttosto vive, riesce a vivere ciò che potrà piegare a narrazione. La scrittura guida, distilla, seleziona.
È una scossa, una rivelazione. Come dice nei privati “Biglietti agli amici” (1986): “Ora, invece, tutto lo interessa e lo riguarda perché ha la scrittura, ha uno strumento, ha gli occhi, una bocca, uno stomaco per mangiare e guardare la realtà.” Così il miracolo si compie: la scrittura si fa corpo, e il corpo voce.
 

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Feb 03 2019

Il “Gattopardo”, nostro eterno contemporaneo

Tomasi_di_Lampedusa_foto San Pellegrino Terme, luglio 1954: Lucio Piccolo viene indicato quale promessa della poesia da Eugenio Montale. Tutti si aspettano un baldo giovanotto e si trovano invece al cospetto di un barone siciliano che ha passato i cinquanta. Un tipo bizzarro, con un robusto servitore e due alani al seguito, autore di componimenti a dir poco barocchi. Lo accompagna un personaggio se possibile ancor più indecifrabile. Si presenta come segretario e portavoce di Piccolo, ma in verità è suo cugino, il principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa. A San Pellegrino il futuro autore de “Il Gattopardo” incrocia letterati del calibro di Ungaretti, Piovene, Quasimodo, Alvaro, Gatto, Saba, Vittorini. Con la lodevole esclusione di Montale, «poco meno importante di Eliot», il principe li cataloga tutti come provinciali: non conoscono a fondo le letterature europee, non leggono i libri in lingua originale, ignorano completamente autori a suo dire decisivi. In effetti, il palermitano Lampedusa vantava una cultura debordante, con l’assoluto dominio di almeno quattro-cinque letterature, inclusi i più reconditi minori. Il premio al cugino lo scuote: «Avevo la matematica certezza di non essere più fesso di Lucio. Cosicché mi sono seduto a tavolino e ho scritto un romanzo». “Il Gattopardo” nasce anche per puntiglio: l’orgoglio è il bavero dello spirito.

Al caffè Mazzara
Tomasi inizia a dar corpo all’opera al caffè Mazzara, andando in traccia di storie legate alla sua famiglia. La trama del romanzo si riassume in breve: don Fabrizio, principe di Salina, all’arrivo dei Garibaldini avverte il crollo del mondo in cui è nato. Vive in una sconfinata dimora, convinto che un palazzo del quale si conoscano tutte le camere non è degno di essere abitato. Appassionato di stelle e pianeti, che lo ammaliano grazie alla loro inesausta perfezione, approva il matrimonio del brillante e spiantato nipote Tancredi con la figlia – bellissima e ricca per dote – di Calogero Sedàra, uno scaltro borghese. Rifiuta infine il seggio al Senato che gli viene offerto, proponendo al suo posto proprio Sedàra, uno che certo non si cura dei «guaiti dei sopraffatti». L’emblema araldico della famiglia, il gattopardo, è destinato all’oblio.

Riso amaro
La fine di un’epoca è il tema centrale del libro. Tutto si sgretola per Salina, che peraltro nulla fa per cambiare, anzi contempla «la rovina del proprio ceto e del proprio patrimonio senza avere nessuna attività ed ancora minor voglia di porvi riparo». In un momento di disperata lucidità, rintuzza le speranze di riforma del signor di Chevalley, un funzionario piemontese accolto a palazzo: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e iene continueremo a crederci il sale della terra». In assoluta buona fede, il piemontese è convinto che «la nostra amministrazione nuova, agile, moderna, cambierà tutto». Il sorriso amaro di Salina contraddice le ingenue certezze del piemontese. «I siciliani non vorranno migliorare», rammenta all’esterrefatto ospite, «per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria; […] Crede davvero lei Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale?». Nel contesto siciliano, dove nulla è come appare, la negazione dei fatti è sopravvivenza, la simulazione una necessità, la dissimulazione un’arte. Ogni pagina del romanzo è percorsa da un’ironia spietata, frutto della consapevolezza che tutto va scomparendo e muore, altro che magnifiche sorti e progressive. Si ride di gusto nel Gattopardo, ma si ride amaro.

L’umanità dolente
Il telescopio di Salina punta alle stelle – che “donano gioia senza nulla pretendere in cambio” – e non alle umane miserie, quasi avesse paura di venirne contaminato. Il principe è indifferente a quel che accade attorno a lui: la Sicilia, in fondo, è sempre uguale a se stessa, nonostante le tante dominazioni. Il sole è l’autentico sovrano dell’isola, perché mantiene «ogni cosa in una immobilità servile, cullata in sogni violenti». La condanna di Lampedusa, spietata e senza appello, vale non solo per l’epoca da lui narrata, ma anche e soprattutto per gli anni che gli toccò in sorte di vivere; per tacer dei nostri tempi, a giudizio di chi scrive. Man mano però che il narratore si ravvicina ai propri personaggi, eccolo mutare occhi, e stima. Nel teatro che si dischiude, ciascuno ha il suo tormento, la sua intima ragione: da Paolo, il figlio babbeo, al nipote Tancredi, tanto intraprendente quanto spiantato; da Calogero Sedàra, uomo attento al “come” e non al “perché”, all’organista Tumeo, fedelissimo ai Borboni; dalla sensuale Angelica alle tre figlie di don Fabrizio, irrimediabilmente zitelle, intente a rimestare reliquie che si riveleranno fasulle. Nessuna speranza alberga in queste righe, se non la pietas con cui l’Autore riguarda e assolve la sua piccola umanità dolente e timorosa.

Il successo postumo
La scomparsa di una classe di ottimati, la critica all’impegno politico e sociale degli intellettuali, la totale sfiducia nel progresso agli albori del boom economico, il linguaggio desueto, le lunghe e dettagliate descrizioni, le tante uscite politicamente scorrette: sono tutti elementi che spiegano i rifiuti editoriali collezionati dal Gattopardo prima che Giorgio Bassani – conosciuto da Tomasi in quel di San Pellegrino – si spendesse per la pubblicazione dell’opera. Il trionfo fu immediato e clamoroso: uscito l’11 novembre 1958, il romanzo vendette oltre 400mila copie in tre anni. Ma il principe non poté gioirne. La morte l’aveva colto a Roma il 23 luglio del 1957, lontano dalla sua casa natale, distrutta dai bombardamenti nel 1943. Una morte per certi versi simile a quella immaginata per don Fabrizio, personaggio che troppi critici hanno frettolosamente identificato con il suo Autore. È l’ultima, tragica beffa per un uomo di cultura che il nostro Paese dovrebbe annoverare con affetto e riconoscenza tra i suoi figli irripetibili e migliori.
 

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