Nov 26 2020

Ringraziamento

Opera di Holly Warburton

Opera di Holly Warburton


In vista del giorno del Ringraziamento il New York Times ha pensato bene di chiedere ai suoi lettori un motivo per dire grazie a un anno così complicato come il 2020. Ebbene, è stato letteralmente sommerso di messaggi, a riprova che la speranza rende il mondo se possibile ancora più bello e migliore. Senza tacere le difficoltà, certo, ma anche senza farsene irretire. Così accade in questa illustrazione di Holly Warburton, dolce e straziante al tempo stesso, con quella luce diffusa che tutto accoglie e redime.
 

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Giu 16 2020

Da Pippo a Popper

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Giulio se ne è andato, e non mi par vero. Lui che non si fermava mai, che dormiva se va bene due ore per notte, ma spesso nemmeno quelle, semplicemente addormentandosi nel mezzo di una frase per poi riprendere imperterrito da dove eravamo rimasti; i libri che citava a memoria, mi ricordo una presentazione io con fogli e fogli di appunti e lui con un dito nel libro: inutile dire chi se la cavò meglio; quella sua casa biblioteca con i libri da scavalcare se si voleva trovare, chessò, una sedia, un tavolo, il bagno. Insomma, di Giulio Giorello ne avrei da rievocare. Mi limito a qualche momento, che altrimenti si fa notte: come tutti sanno, e sennò ve lo dico io, per Giorello la libertà alla Stuart Mill era il riferimento filosofico ed esistenziale. Libertà che ha portato Giulio a scuriosare per i più diversi campi dello scibile, cercando di sanare la distinzione tra cultura umanistica e scientifica. Non a caso, oltre a scriverne di suoi, Giorello ha suggerito e curato più libri di qualsivoglia intellettuale italiano. Tra gli altri, il «Giornale di prigionia» di John Mitchel, patriota irlandese di metà ‘800. Era il 1991, fu un’edizione fortemente voluta da Gigi Lubrina per la collana che dirigevo insieme a Giulio Orazio Bravi. L’Irlanda era la terra del cuore di Giulio, fa un certo effetto ricordarlo oggi che si celebra il Bloomsday. Ma insieme ai filosofi irregolari e irriverenti, ai patrioti e rivoluzionari, ecco spuntare il Giulio dei fumetti. Quando scoprì che conoscevo bene Tex e me la cavavo abbastanza anche con Topolino, sono salito non poco nella sua considerazione. E così alternavamo Pippo a Popper, Lakatos ai Navajos. Lui poteva raccontarti un’intera avventura del ranger come se avesse l’albo davanti al naso, e raffinare quel senso recondito che tu, semplice lettore, manco ci avevi ragionato. Un giorno Giulio incaricò suo padre, già molto anziano, di riportarmi le bozze corrette del Mitchel. Gli andai incontro in stazione, camminava a fatica. Vedendolo così male in arnese, gli chiesi come mai si fosse prestato a quell’incarico. Con un sospiro mi disse: «Cosa vuole, mio figlio è troppo intelligente». Già, proprio così. Arrivederci, Giulio, uomo troppo intelligente, orgogliosamente libero e dolcemente irrequieto.
 

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Giu 09 2020

Quel dolce nome

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Vien da pensare che non sia la colpa il tema prevalente dell’ultimo romanzo di Mario Schiani, «Quel dolce nome» (Giovane Holden Edizioni). Eppure, entro la cornice di una stanza d’ospedale, veniamo a sapere che il protagonista ha commesso qualcosa di innominabile e tremendo. I sanitari sono sbrigativi, i pazienti lo insultano, per tacer dei giornali, dove la vicenda ha larga eco. Sennonché proprio a lui, al diabolico reietto, gli altri personaggi si rivolgono per condividere grumi d’esistenza e riflessione. Il male incarnato apre uno spazio di confidenza in forma di monologo: il dottore, il vicino di letto, la figlia di questi, un’infermiera, tutti hanno una particolare eversione da condividere, un disordine speciale, una mania in traccia di codice o preghiera. Hanno anch’essi la loro brava colpa, magari umanamente la scambiano per pregio; e il protagonista è lì apposta per alleggerire il peso, per sgravare, come una levatrice la cui colpa eccede la misura, dunque la pena. È proprio lui l’orecchio ideale, perché non può ergersi a censore. Può giusto ascoltare: il colpevole è il giudice migliore.

Figli e padri abitano queste pagine. Che stia qui la colpa, per via del generare? O del tradire le attese, ricorrente accusa dei padri? I figli scelgono, agiscono, si “sporgono” senza esitare dalla famiglia d’origine. Vivono senza colpa, ma non per questo sono innocenti, lo ricorda l’intera opera di Kafka. I “figli” dello scrittore – Samsa, Bendemann, Rossmann – non possono tener viva la tradizione e nemmeno compiere le attese dei genitori. Qualunque scelta facciano, saranno sempre e irrimediabilmente colpevoli. Quella tra padri e figli è una storia tragica fin dai primi passi. La sola pronuncia di quel dolce nome, «padre», sancisce la separazione, la perdita assoluta, definisce il lutto tanto originario quanto definitivo. Scrive Dante nelle Rime: «Quel dolce nome, che mi fa il cor agro, | tutte fiate ch’i’ lo vedrò scritto | mi farà nuovo ogni dolor ch’io sento». Anche solo scorrendo le sillabe di quel dolce nome proprio, il poeta rinnova distacco e dolore. Così ogni figlio al nome del padre, da cui pur discende; così ogni padre al nome del figlio, da cui pur risale.

La figlia del protagonista tradisce la «premura che mio padre mantiene viva per me, creatura inconclusa». La bimba di un tempo respinge il genitore non per l’accusa infamante, ma per non aver saputo opporle altro che «la piagnucolosa verginità della sua innocenza. […] Non sopportavo di essere figlia di una vittima». La giovane Giulia – unico personaggio provvisto di nome – si rifugia allora nei libri: «ma di realtà nei libri non ce n’è. Verità sì, a bizzeffe: realtà no». E ancora: «da bambina prima ancora della realtà dovevo incontrare il prossimo mio che, ora lo so, della realtà rappresenta il portone principale». Sino al definitivo: «Certi giorni perfino le parole mancano, così come sempre, sempre!, mancano i padri». C’è poco da fare, quello dei padri è un mistero che non fa sconti. E del mistero, bisogna ammettere, resta solo la narrazione.

Leggere questo libro è opportuno, come certe sfide che non ha senso rimandare. Ha ragione Goethe, che nel Faust scrive: «Vedrai fra poco, il diavolo, che scherzo ti farà». Ha ragione un personaggio di Schiani, quando ricorda: «Un romanzo è come un affresco: va visto da distanza. Concentrandosi sui particolari ci si confonde». Ha ragione infine il lettore di “Quel dolce nome”, romanzo che coltiva la speranza di ogni vera letteratura: scavalcare il tempo a cui siamo sottomessi, anche solo in forma di caso; far pace con la solitudine, magari in forma di luce; invocare il silenzio, che informa di Dio.
 

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Mag 17 2020

Una tavolozza di colori per il manto di Maria

Simone Peterzano, Madonna col Bambino tra san Giovanni Battista e san Benedetto

Simone Peterzano, Madonna col Bambino tra san Giovanni
Battista e san Benedetto (1560-5)

Se non ho fatto male i conti, tra i quadri della mostra dedicata a Peterzano la Madonna appariva raffigurata ben undici volte. Nove le opere di Peterzano, una ciascuno per Tiziano e Veronese. In queste opere stupisce la variopinta cromia del manto, cosa che merita una spiega. In origine, cioè fino a tutto il ’400, il colore ufficiale era il nero, a richiamare il lutto per la morte del Figlio. E questo vale anche per i dipinti di Maria con il Bambino, come a dire che il destino di quella Madre era già scritto. In mostra, ad esempio, il manto della Vergine dell’Annunciazione di Tiziano (1535) si presenta per l’appunto scuro. Varianti simili le troviamo anche in Peterzano: un marrone con tracce di verde nella «Madonna con bambino e san Giovannino» e con qualche spunto di giallo nella «Sacra Famiglia». A contrasto, nella «Deposizione del Cristo» il mantello è ocra, colore ottenuto grazie all’orpimento, pigmento capace di donare un colore vivace e pastoso. Vira sul verde salvia il manto dell’«Annunciazione» del 1577, anche se gli esempi più sontuosi sono quelli blu oltremare, diffusi soprattutto a partire dalla seconda metà del ’500. In esposizione ne troviamo uno di Veronese e cinque di Peterzano. In particolare, un paio con interno giallo, quasi a prefigurare l’abbinamento tra giacca e panciotto del Werther di Goethe. Per dar vita a questo blu occorreva il lapislazzuli, la pietra preziosa che veniva dall’Oriente. A esser più prosaici, serviva un mecenate che non badasse a spese. Non a caso i committenti che non volevano sborsare troppo, ma far comunque bella figura, chiedevano al pittore di impiegare l’azzurrite, un minerale che sul momento splendeva una bellezza, ma col tempo si scuriva irrimediabilmente. Una sintesi di questa storia la troviamo al museo di Liegi, dove il manto di una Madonna scolpita in tiglio è stato più volte ridipinto a seconda del periodo. Lo strato originario è nero, a un certo punto sovrastato dal blu appannaggio della Regina dei Cieli; il barocco porta con sé lo sfarzo dell’oro, a rintuzzare il pauperismo dei protestanti; infine uno strato bianco, simbolo di purezza dopo la proclamazione dell’Immacolata Concezione nel 1854. «La statua è una, la stessa per quasi cinque secoli. Sono i colori che le fanno dire cose diverse» (Nicola Falcinelli, «Cromorama»).
Tiziano Vecellio, Annunciazione (1535)

Tiziano Vecellio, Annunciazione (1535)


 

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Mag 16 2020

La tresca tra Venere e Marte

Jacopo Robusti, detto Tintoretto, "Venere, Vulcano e Marte" (1550-52)

Jacopo Robusti, detto Tintoretto, “Venere, Vulcano e Marte” (1550-52)


Ci son dipinti che li ammiri reverente, altri li passi via perché proprio non ci siamo, altri ancora ti mettono a disagio, vedi quel che capitò a Stendhal nel 1817 a Firenze. E poi ci sono quadri che fanno ridere. Sì, avete letto bene: ridere. È il caso di «Venere, Vulcano e Marte» del Tintoretto, databile attorno alla metà del ’500. Osserviamolo insieme. Vulcano torna precipitosamente nella stanza nuziale perché Apollo, il dio del Sole – evocato dai raggi che trafiggono il vaso alla finestra – lo avverte che sua moglie Venere si sta concedendo al dio della Guerra, Marte. Il quale, come un comunissimo mortale, si nasconde sotto il letto nella speranza di non farsi beccare. Se non fosse per quel botolo – decisamente un bel bastardino – che si mette ad abbaiare al suo indirizzo. La camera è fitta di citazioni veneziane: i vetri, il letto sontuoso, lo specchio sullo sfondo, che offre alla scena una terza dimensione. Cupido se la dorme, ovvero finge, come a dire io non c’entro. Proprio lui, Amore, che secondo una variante del mito è uno dei figli della coppia di fedifraghi. La versione originale del racconto la troviamo nel libro ottavo dell’Odissea, e i particolari a ben vedere non tornano del tutto. Vi si legge infatti che, per vendicarsi, Efesto fabbrica una trappola di catene «sottili come fili di ragno», fingendo poi di andarsene altrove. Quando gli amanti si appartano beati, le catene li avvincono, feroci. Vulcano allora convoca gli dei, solo i maschi visto che le femmine, per pudore, non vogliono saperne. Ridono, i supremi, non del povero Vulcano, ma di Marte imprigionato, per tacer di Venere, costretta alla vergogna. Sì, ridono perché il claudicante Efesto l’ha fatta al prestante Ares. «Il lento acchiappa il veloce», canta Omero. Ma nella Venezia nel ’500 si ride d’altro, e in altro modo. Si ride di Marte sotto il letto, di un tradimento divinamente umano, del marito che ispeziona la consorte, di Venere spocchiosa e del putto malizioso, per tacer dell’immagine allo specchio – infedele pure quello – che riflette Vulcano con entrambe le ginocchia sopra il letto. Al fascino di Venere nessuno resiste, nemmeno lo sposo fresco di raggiro. Soltanto Narciso ignorò le grazie della dea, ma questo – lo sappiamo bene – è tutto un altro mito.

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Mag 15 2020

Tino Sana e il plotterone

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Che anno era? Chiedetelo a Ildo Serantoni, quel giorno c’era anche lui che è molto più preciso di me. Fatto sta che andiamo a trovare Tino Sana per chiedergli di far da partner a un libro dedicato al Giro d’Italia in quel di Bergamo e, ovviamente, anche a Gimondi. Lui ci riceve e tentiamo di spiegargli il progetto. Dico tentiamo perché di continuo veniamo interrotti da suoi collaboratori che chiedono un parere su un lavoro. Lui prima li respinge, poi si arrende con un sospiro. “È che ci son di là i giapponesi….”, si scusano due giovani ingegneri. A farla breve: srotolano un plotterone sul tavolo – che sarà stato lungo almeno 10 metri, chiedete a Ildo che è molto più preciso di me (ma questo forse l’ho già detto). A rifarla breve, ‘sti ingegneri svolgono un plotterone (per i non addetti sarebbe una mega stampata) persin più lungo del summenzionato tavolo. Una roba incontenibile, con una nave in sezione e tutti i suoi bravi arredi. Ma che dico nave, un transatlantico, una roba che non finiva più. “Per i giapponesi va bene….”, fanno i due. Il Tino lancia un occhio al plotter, ripeto una faccenda lunga metri e metri, poi col ditone indica un punto preciso. “E chèsta?”. Silenzio. “Chèsta cabina chi l’à facià sö?”. I malcapitati si guardano imbarazzati, poi quasi all’unisono: “No, è il computer, noi abbiamo messo i dati e poi quello…”. “La à mia bé, ché i ghè mìa i misùre!, sentenzia il capo. “Ma il computer…”. Sguardo feroce del Nostro, gli ingegneri battono in ritirata, non senza aver recuperato il plotterone. Noi si procede a discutere del Felice in rosa, passano dieci minuti ed ecco gli ingegneri tornare alla carica, accolti da un perentorio “Se gh’è amò?”. “Sì, no, abbiamo controllato col computer, anche i giapponesi con i loro modelli digitali che… “. “E alùra?”. “Era per dire che aveva ragione lei, per quella cabina lì avevamo invertito i calcoli, in effetti non ci sono le misure”. Sguardo di compassione del Nostro, come a dire voi e i vostri benedetti computer dove volete andare poi? Come avesse fatto Tino Sana a trovare un errore in 30 metri quadrati di plotter resta un mistero. Magari l’Ildo lo sa, lui è molto più preciso di me, come forse ho già detto. Di una cosa sono certo: di uomini come Tino Sana non se ne fanno più su.
 

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Mag 10 2020

Allegorie della Musica

Simone Peterzano, Allegoria della Musica

Simone Peterzano, Allegoria della Musica

Giusto 250 anni or sono, nell’aprile del 1770, il tredicenne Mozart varca la frontiera italiana. Rimane per oltre un anno nel nostro Paese, cercando ogni pretesto per differire il ritorno in patria. Il punto culminante del Grand Tour è Venezia, dove il giovane prodigio sosta per un mese, introdotto dall’abate filosofo Giammaria Ortes. Da oltre due secoli, infatti, Venezia è l’indiscussa capitale della musica, e per svariati motivi. Qui composizioni e melodie risuonavano ovunque grazie alla quantità di chiese (se ne stimano 150!), conventi, confraternite, palazzi nobiliari e accademie. Non solo: la felice convergenza di musicisti, stampatori e costruttori di strumenti aveva dato grande impulso ai principali generi musicali. Si legge nella cronaca di Francesco Sansovino (1581), «Venetia città nobilissima et singolare»: «Et oltre a ciò ci habbiamo diversi studi di Musica, con stromenti, & libri di molta eccellenza […]. Et oltre a predetti luoghi ve ne sono diversi altri per la città, con diversi ridotti. Dove concorrendo i virtuosi di questa professione, si fanno concerti singolari in ogni tempo, essendo chiarissima & vera cosa che la Musica ha la sua propria sede in questa città». Non dimentichiamo poi che secondo Baldassarre Castiglione («Il Cortegiano», 1528), il perfetto uomo di corte deve saper leggere le partiture e padroneggiare l’utilizzo di «varii instrumenti». Chiarito il contesto, non sorprende che a Venezia il genere musicale si affermi anche in pittura. Che sia stato proprio Peterzano a dar vita a questo tipo di raffigurazione poco importa. Quel che conta è che ci fosse mercato, che mogli e cortigiane, senza imbarazzo, si facessero raffigurare nei panni, si fa per dire, di Euterpe, la divinità della musica, etimologicamente «colei che rallegra». I personaggi sono invece di genere maschile nei «Musici» di Caravaggio. Il liutista accorda lo strumento, il violinista studia la partitura. Il madrigale che andranno a eseguire narra di Icaro, che «per troppo ardir fu | esanimato e spento». La figura in secondo piano – lo stesso Caravaggio? – ci fissa intensamente a pretendere attenzione. Assorto e defilato, un grappolo per mano, Eros sembra rapito dalla magnifica e tremenda ossessione per il volo.
Caravaggio, I musici

Caravaggio, I musici


 

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Mar 25 2020

Stilografica

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L’indice poggia
sullo scalmo, dosa
il segno: così
la stilografica secerne
le parole. E il pensiero
si china sulla carta.
 

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