Dic 03 2017

Il disco della Fougez

COPERTINA
 
E’ da poco in libreria un libro che mi è piaciuto al punto di redigerne con entusiasmo la prefazione. L’autore di questi racconti è Mario Chiodetti; il titolo, bellissimo, Il disco della Fougez; la copertina, preziosa, di Franco Matticchio. Lo si può richiedere all’editore, Alberto Palazzi (alberto.palazzi@libero.it). Due le presentazioni saranno: venerdì 8 dicembre, ore 17, alla Sala Consiliare del Comune di Gavirate in via De Ambrosis, e sabato 9 dicembre alle 17 in Galleria Ghiggini, via Albuzzi 17 a Varese. Segue la mia prefazione, magari vi fa venire l’acquolina in vista dei regali di Natale.
 
 
 
 
Non è certo un caso se il primo movimento di questa silloge di Mario Chiodetti volge lo sguardo all’indietro, rievocando le peripezie di nonno Bartolomeo: la dignità operaia e la manualità demiurgica sono i valori dell’avo conosciuto soltanto attraverso immagini seppiate.
A seguire, il misurato ritratto del padre: «Ogni parola, ogni gesto, ogni atto ha la sua misura, niente è superfluo o forzato. I giornali, il pane e la frutta, il buon vino, la carta e la penna, il denaro contante, i sandali di cuoio, cose solide, vere, compagne di tutti questi anni, insieme ai ricordi, al suo orologio Omega, alla vecchia Bmw tirata a lucido dal carrozziere e alla piccola radio Philips degli anni ’50 che tiene sul comodino da notte. Valori guadagnati».
A questa nostra epoca, che tutto gode e nulla stringe, l’Autore preferisce un’epica semplice e bella, semplicemente bella.
Cambio di ritmo: ecco il motivetto allegro di mamma Ebe, che con la sua Vespa ne combina di ogni, dopo aver barattato la filosofia con il grembiule nero della banca. L’immagine di lei che sfreccia per la via stilla libertà da tutti i pori. Libertà, forse la vera stella polare del nostro narratore.
L’ouverture di questo libro prezioso e talismano si rivolge dunque al passato, l’unica dimensione che può regalare conforto a questo nostro mondo frettoloso e insieme dannatamente pigro. Di suo, Chiodetti si raccomanda «alla saggezza dei vecchi e dei gatti e a milioni di parole e note musicali filtrate dai secoli».
Nei racconti di natura e avventura sono gli uccelli ad avere il sopravvento. Liberi e regali nel fendere la luce, richiamano la madre in Vespa, lievi come sono di vita e di mistero. Con un passo più meditato rispetto a quello dell’amatissimo Linati, l’Autore ritrae in modo magistrale l’ambiente e l’occasione: «Seduto, aspettavo l’abbaiar delle oche e pensavo a quanta bellezza avessi intorno e a come la vita questa volta fosse lì, vicina, nell’isola ritrovata dei passati misteri, quando altri uomini sbarcavano dopo anni di mare, nascondendo tesori nelle fondamenta delle chiese».
Nel mondo di Chiodetti, al tempo stesso magico e mite, i saltamartini hanno le movenze degli archi dei Berliner. Qui tutto si tiene: il pescatore che frusta l’aria con la canna e i quadri di un De Bernardi o Calderara; le mani sapienti di chi resuscita una Ganna d’epoca e il do di petto dell’Esultate; i 78 giri in gommalacca e un gatto che ancheggia verso il cibo, indolente e sussiegoso.
Ci vuole orecchio, direbbe Jannacci, anzi parecchio. Non a caso «quando Delio Tessa scriveva ascoltava la radio, dalle sue prose esce la voce di Rabagliati, del Trio Lescano e di Silvana Fioresi».
Certo, a volte capita di smarrirsi tra i mille rimandi, segni e bagliori. Allora è buona norma invocare degli angeli custodi, che talvolta accorrono in quantità industriale: così forse si spiegano i diecimila dischi che il Nostro ha per casa, le quattordici librerie, i grammofoni, le foto, gli spartiti. E al netto di una buona dose di gatti e di mistero, tra gli indispensabili compagni di vita indomito s’avanza Marcomauro Tomboletti, un tipo così sghembo da fare e farsi danno a ogni passo. A cominciare dalle feste comandate, l’incubo di coloro che non sanno disinnescare gli obblighi sociali, per tacer di femmine procaci e indifferenti.
Si sorride, ma sullo sfondo la domanda resta inevasa: come ci si libera dai lacci di un’epoca come la nostra, così egoista e sciagurata? Una modesta proposta: proviamo ad affidarci al «fiato originale» di questi racconti; e alla certezza dell’Autore, forse minima ma esatta: «Mai c’è solitudine, per chi sa amare davvero».
 

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Nov 09 2017

Quando un Santo non basta

La ricorrenza è appena trascorsa, ma il quesito rimane: chi è il Santo patrono dei professori? Sorpresa: la categoria di Santi ne ha ben tre. Dai, il sospetto che uno non bastasse vi sarà pur venuto durante qualche soporifero collegio docenti o nel bel mezzo di una partita di Ping Pon (che poi sarebbe il Programma Operativo Nazionale del Ministero dell’Istruzione). L’unico che avrebbe potuto reggere la parte da solo è san Francesco, che però quale patrono d’Italia di grane ne ha più che a sufficienza. Ma veniamo ai tre Santi in questione. I maestri celebrano Cassiano (13 agosto), che nel terzo secolo insegnava a leggere e scrivere, grammatica e sintassi. A crudele contrappasso, gli aguzzini obbligarono i suoi scolari a incidere con lo stilo la pelle del maestro fino a provocarne la morte. Gli insegnanti invocano Giovanni Battista de La Salle (7 aprile), nato a metà ’600 da famiglia agiata. Decide di fare il prete, e va bene, ma chi glielo fa fare di donare tutto ai poveri e di dedicarsi agli orfani? È considerato il fondatore delle scuole elementari e professionali, dove prescrive l’insegnamento in volgare. E gli educatori? Pregano don Giovanni Bosco (31 gennaio) – detto il «prete pazzo» per le innumerevoli attività sociali – che a soli cinque anni sognò di trasformare le piccole «belve» in figli di Dio. Pensateci: la lettura figurata del martirio di Cassiano più di qualche spunto lo regala; la scelta di Giovanni Battista de La Salle a favore del volgare spira buon senso a profusione; quanto a don Bosco, il suggerimento che gli fece Cottolengo di procurarsi una veste di stoffa più resistente, «perché molti ragazzi si appenderanno a questo abito» a qualcuno può suonare familiare. Sì, decisamente servono tre Santi all’onesto professore, che deve farsi uno e trino: maestro, insegnante, educatore.

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Nov 04 2017

Oltre Manica, altra manica

download Dai, oggi mettiamo in fila tre-quattro notizie neanche troppo recenti dal mondo della scuola per provare a capire clima e tendenze. Oltre Manica: dopo i pessimi risultati degli esami, il nuovo preside della Great Yarmouth Charter Academy di Norfolk spedisce nella detention room – una specie di cella – coloro che masticano chewing gum o non indossano l’uniforme come si deve. Sulla stessa linea, all’Itsos Albe Steiner di Milano gli indisciplinati devono zappare il terreno sul retro dell’Istituto. Risultato: ortaggi gratis per tutti.
Altra manica: in quel di Varese, una docente di matematica è indagata per aver dato 9 a tutta la classe, della serie ragazzi vi voglio bene. Pare non avesse proprio svolto il programma, e già che c’era men che meno interrogato: da qui il premio a zittire la platea.
Infine, la ministra Fedeli si è detta favorevole all’uso degli smartphone nella didattica. E qui siamo alla terza via: non punire a capocchia, non premiare a vanvera, ma consentire a prescindere. La mia idea? In breve: promosso con riserva il “chi la fa la zappi”. Bocciati il modello inglese, la profe di Varese e pure la ministra. Perché? Perché si tratta di tre forme di resa complementari e convergenti: l’educazione può infatti compiersi solo nel segno della libertà; il voto deve comunque premiare il merito a partire dall’impegno e dai talenti; il fatto che ci siano in giro più cellulari che anime non autorizza a sposare la logica del cosa vuoi farci, schiudendo le aule ai telefonini con tanto di inchino e riverenza.
 

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Nov 03 2017

In ricordo di Ivan Suardi

trigesimo le parole che ti direi Ivan Suardi Questo è il ricordo che ho dedicato a Ivan Suardi, L’Eco di Bergamo lo ha pubblicato ieri. Un abbraccio alla famiglia, agli amici, ai tanti che lo conoscevano e gli volevano bene.
 
Troppo presto ci ha lasciati Ivan Suardi, 58 anni ancora da compiere. E viene da chiedersi chi mai potrà prendere il posto di quell’allegra risata e contagiosa, chi sarà in grado di regalare quelle melodie come solo lui sapeva. Nato e cresciuto in una famiglia con la musica nel cuore, Ivan si ritrova a esibirsi praticamente per caso: il gruppo – dal curioso nome «Servizio informazioni», d’altronde quella era l’epoca del «Banco» e della «Premiata Forneria Marconi» – non aveva il tastierista. Il fratello Vanni e gli altri ragazzi pensarono bene di obbligare il più piccolo di tutti, undici anni appena. Uno sarebbe scappato a gambe levate: non certo Ivan, che passo dopo passo stacca gli amici, diventando, lui sì, il professionista. Alla prima occasione molla il lavoro sicuro – odontotecnico – per dedicarsi al suo sogno: vivere di musica, con la musica, per la musica. Per certi versi nella musica. «Chi fermerà la musica | quelli che non si sbagliano» cantavano i Pooh in quegli anni. E di sicuro Ivan non sbaglia: il piccolo tastierista lascia il posto al protagonista di mille concerti tra locali, matrimoni e altre occasioni. I generi? Di tutto un pop, strizzando l’occhio al blues, ai ritmi sudamericani, al jazz. Nel 1990 – ben prima dell’avvento di Internet – concepisce il suo sogno: Trendaudio, la library musicale con migliaia di brani originali messi a disposizione di reti televisive, case cinematografiche e agenzie pubblicitarie. Un progetto di livello planetario, sostenuto dalla certezza che la buona musica è quella magia che sa mettere in relazione le persone. Ivan era fatto così: grazie a lui gli amici spaiati trovavano la fidanzata, i solisti una scrittura, le band una serata. In famiglia, ecco il padre meraviglioso per Federica, il marito dolcissimo per Tiziana. Di recente, Ivan decide di mettere in piedi un gruppo per rinnovare la passione della musica dal vivo. Una band tosta, ancora un inizio, perché dove nasceva qualcosa di nuovo lui era sempre in prima fila. Musicista, visionario, precursore: ecco Ivan Suardi in tre parole, uomo certamente libero, e migliore. [foto Tiziano]
 

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Ott 27 2017

Stay tuned with yourself

IMG_2867 È quadrato, in legno, misura circa 22,5 cm per lato. Al suo interno troviamo una discreta quantità di sabbia, sei sassi, due attrezzi per il lavoro e altrettanti volatili a ingentilire. È un giardino giapponese, o zen. Contrariamente a tablet e smartphone, che ci connettono comunque altrove e talvolta con chissà chi, il presente dispositivo consente di metterci in relazione qui e ora con noi stessi. Se nella vita ordinaria usiamo in prevalenza le competenze logico-matematiche dell’emisfero sinistro del nostro cervello, sempre presi a fare, produrre e scombinare; ecco, il giardino zen attiva l’emisfero destro, quello creativo e affettivo, quello che spesso costringiamo in un angolo, soffocato dalle incombenze quotidiane. Grazie a un giardino siffatto prevale il gusto semplice e immediato di pareggiare la sabbia, disporre le pietre come meglio ci aggrada, smuovere la rena quel tanto che basta per ornare la visione. Cinquant’anni fa i Giganti in Proposta cantavano: “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Oggi contentiamoci di popolare gli uffici con questi giardini, e mettiamoci mano di quando in quando a stimolare la creatività; resistendo alla tentazione di farli sparire quando il capo passa a sbirciare.
 

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Ago 07 2017

Il sorriso del conte, Giovanni e gli elleni

Fotografia di Luigi Ghirri

Fotografia di Luigi Ghirri

Accade che a distanza di ben dieci anni il mio primo libro, Il sorriso del conte, faccia distillare a Giovanni una recensione che a ben vedere recensione non è: nel senso che del libro poco o nulla dice, ma di tutto quel che sta intorno sì, eccome. Già, son proprio queste variazioni magari un po’ enigmatiche (alla Elgar, s’intende) che mi conquistano quando si parla di libri. Che senso ha contar su alla spicciola quel che combinano personaggi e comprimari? No, andiamo oltre, mettiamoci in gioco: ecco, è proprio quello che fa Giovanni, che ringrazio e abbraccio di cuore.
 
 
“Leggete Il sorriso del conte, di Claudio Calzana, L’autore, un elleno, scrive in uno stile non sgradevole ….”. Possiamo rubare, storpiandolo alquanto, un incipit, dalla Biblioteca di Fozio, per raccontare di questo libro? Già, perché, la cosa strana che succede, quando si vuole parlare del Sorriso del Conte, è che si finisce invece invariabilmente a parlare di sé stessi e di ciò che ti piace. “L’autore, quindi, dicevamo è un elleno”: e qui uso questo termine anziché dire un pagano, perché mi sembra più aggraziato (termine questo che viene da Artusi, aggraziatelo con un po’ di ….). E dico che l’autore è un elleno, cioè non un seguace della religione prevalente, perché lo sguardo che rivolge al passato, dice sembra ombra di dubbio che in quel passato vi è del buono, che vale la pena di non dimenticare. Proprio come gli elleni, cioè i seguaci degli antichi Dei, quando il mondo antico volse al tramonto. Non mi sembra che nel libro si parli mai di religione, anche se uno dei protagonisti è un prete. Se dico che l’autore non è un seguace della religione prevalente, non sto riferendomi a questa o quella fede. Intendo dire che non mi sembra una persona che abbia nel presente una fiducia così assoluta, da non chiedersi se per caso altrove, non vi sia qualcosa che valga la pena di raccontare. Non vi è ombra di dubbio che il Calz qualcosa da raccontare ritenga di averlo trovato, guardandosi indietro. E anche questo lo pone, nella nostra immaginaria biblioteca di Fozio, in buona compagnia. Vicino ai tanti che, in così diverse forme, del passato avevano scritto, e che Fozio recensì.

Conosco il Calz da quasi quarant’anni al momento in cui scrivo, Forse il Calz nemmeno lo sa, ma ho persino assistito al suo esame di maturità. Non che me ne ricordi gran chè, io ero davvero piccolo allora. E non sapevo che il Calz avesse scritto dei libri. L’ho cercato per parlare di tutt’altro, ed ecco che mi salta fuori un romanziere.
È un problema, leggere un libro di qualcuno che conosci. E se poi non ti piace? Cosa gli racconti? E per giunta il Calz cadeva male. Già, cadeva in uno di quei momenti nei quali non mi riusciva di leggere quasi nulla. Aveva fallito persino uno dei miei mostri sacri, quell’Ammiano Marcellino (un elleno!) che, avrei giurato, fosse anche lui nella biblioteca di Fozio (forse c’è, e non l’ho trovato io). Per finire, cade sul Sorriso del Conte la mannaia di un giudizio perentorio della mia anziana madre, anch’ella conoscente del Calz: “È orrendo”, aveva detto, con la parlata senza mezze misure degli anziani, riferendosi al libro, che, preso in biblioteca, le avevo proposto. Quindi, Il sorriso del conte ce le aveva contro tutte. Leggo il primo capitolo qui a casa, non mi impressiona, mi perdo un po’ nella lunga lista dei personaggi, insomma, abbastanza distratto, lo metto da parte.

Parto a fine giugno per tre giorni di vacanza a Lignano con mio figlio ed un suo amichetto, e mi porto dietro Il sorriso del conte. E lì inizia il mio, di viaggio all’indietro. Perché a Lignano ci ero andato a 26 anni, e ora ne ho 52. E perché a Lignano, come dico scherzando al personale del campeggio, c’è da chiedersi se non sia passata la Santa Inquisizione. Che fine ha fatto la spiaggia più libera dell’Alto Adriatico? File di ombrelloni, famigliole, costumi castigatissimi, non più un angolo di spiaggia libera. E, sotto sotto, Il dubbio insinuante che, in realtà, a cambiare, fossi stato io, non la spiaggia di Lignano … Sei vecchio ormai …. Insomma, ce n’era a sufficienza perché la vacanzina andasse a finire davvero male, libro o non libro.

Mogio mogio mogio, da solo (i bimbi sono alla piscina), all’ombrellone assegnatomi dal campeggio, che manco riesco ad aprire (non c’è anima vicino a me), in ultima fila, la più lontana dal mare, come un ripetente a scuola, mi costruisco un mucchietto di sabbia per sedermici sopra (la schiena ….. mica ho più 26 anni) e … riprendo a leggere Il sorriso del conte di Claudio Calzana.

Di una cosa ho un ricordo preciso, ed è del cielo. Quello sì non mi aveva tradito. Ritrovavo lo stesso tono di blu cupo, quasi minaccioso, così tipico del Nord-Est, che sembrava perdersi, estendersi, all’infinito, oltre la linea della Bainsizza, nettamente delimitata, a destra, dalla tagliata di Naso di Monte Re (servizio militare, roba che non serve a nulla ….).

Con l’unica compagnia del blu di quel cielo, riprendo quindi a leggere. E in due pomeriggi arrivo alla fine. E qualche volta (non molte, ma diamine, sempre qualche volta) mi ritrovo anche a farmi delle gran risate (tanto vicino a me, vedi sopra, non c’era un’anima). Finisco gli ultimi capitoli troppo in fretta, perché voglio finire a tutti i costi, forse un po’ me li rovino con la fretta, non importa.

Non aspettatevi un capolavoro. Ha la sfacciataggine dell’opera prima. Dovessi a tutti i costi paragonarlo ad un altro libro, tirerei fuori uno che parla di partigiani, e il titolo del cui libro fa il verso ad una canzone fascista. Solo che, se dico del Sorriso del Conte che è come un libro di partigiani, etc etc, chi se lo legge più, Il sorriso del conte, in questa nostra epoca cosi assetata di facili distrazioni? Assomiglia, Il sorriso del conte di Claudio Calzana, a Primavera di bellezza di Beppe Fenoglio, perché entrambi i libri, con la sfacciataggine dell’opera prima, non cercano di nascondersi. Dicono come la pensano, e tant’è. Sta a voi decidere se vi siano piaciuti o meno, ma non c’è dubbio che entrambi i libri abbiano detto fino in fondo quello che avevano da dire, fino alla morte di Johnny, che si gira, vede cadere la bomba a mano del sergente Modica (si chiamava così? Vado a memoria) e le sorride, come Leonida (un elleno!) sorrideva guardando i Persiani avanzare. Come il Don del Sorriso del Conte, che si ritrova nei panni dell’amico morto, nella ricerca che occupa gli ultimi capitoli del libro.

E quindi Il Sorriso del conte a me è piaciuto. L’ho letto di getto, di slancio, di voglia di leggerlo, di una voglia di leggere che non provavo da mesi. Mi ha messo voglia di leggere altro, del Calz o di altri. Ho letto di tutto da allora, non ve ne faccio la lista – avevo iniziato – perché sarebbe davvero curiosa.

“Leggete, dunque, Il sorriso del conte di Claudio Calzana. L’autore, un elleno …..”. Quasi scordavo, del libro non vi ho detto pressoché nulla. Vi avevo avvertito, del resto, che, a parlare di questo libro, si finisce invece a parlare di sé. E, in ogni caso, mica vorrete che vi rovini la sorpresa, no?
 

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Lug 30 2017

Frontespizio e recensioni

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E poi c’è chi condensa sul frontespizio la sua recensione al mio ultimo romanzo. Betty appartiene a buon diritto alla peraltro folta schiera dei lettori creativi e generosi. Grazie infinite, Betty.
 

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Lug 03 2017

Paolo Villaggio, il tragico Fantozzi e l’appendicite

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Per me Paolo Villaggio c’entra con l’appendicite. Cioè più precisamente Fantozzi, che poi, a ben vedere, lui e il suo autore sono un’unica e indissolubile questione. Uno gnommero, direbbe Gadda. Correva l’anno 1974, vengo ricoverato e sfettato come si conviene: diversi punti di sutura, ai tempi non è che si badava a spese. Ebbene, sempre come si conviene vengono a trovarmi parenti e amici. I quali ultimi, con una discreta perfidia diciamo, mi portano in dono nientepopodimenoche il “Secondo tragico libro di Fantozzi”. Il primo l’avevo divorato tre anni prima, il secondo era fresco di stampa, mi ricordo bene.
Il primo giorno ero ancora piuttosto rimbambito e di libri proprio non avevo voglia. Il giorno appresso invece ero pronto, e lì ebbe inizio una delle battaglie più memorabili della mia carriera di lettore: leggo qualche riga e subito mi viene da scompisciarmi. Ma non si può, avete presente i punti a graffetta che si usavano una volta? Altro che oggi con il refe che manco si vede e, a un certo punto, magicamente scompare. No, punti belli in vista con cerottone d’ordinanza e benzina medica. A ogni sussulto un male cane. Insomma, leggo tre righe, soffoco le risate, mollo la presa. Riprendo perché il libro è intelligente e divertente al tempo stesso: ma il rischio è alto. Il dottore mi dice che libri così non è il caso. Non adesso, perlomeno. Non ancora. “Ci manca anche di ridere dopo un’operazione a punti”. Sembrava che parlasse di un concorso a premi, e invece.
Fatto sta che per quel giorno niente libro. Lo lascio lì sul comodino, tra i Pavesini e il sale. Ma la sera tardi non ce la faccio: il compare di camera dorme della grossa, io accendo il lume e parto a leggere convinto. Trattengo qualche risata, mi soffoco quel paio di volte, tutto sommato la lettura procede senza scossoni. D’altronde se non hai sonno… Ma a un certo punto, punto vigliacco diciamolo subito, il Fantozzi Ugo nonché Villaggio Paolo colpisce con una battuta fulminante, se non ricordo male c’entrava il Grand’Uff. Lup. Mann. nell’ufficio megagalattico. Ecco: lì non ce l’ho fatta più, sono esploso in una risata che, nell’ordine, ha svegliato il russante e soprattutto liberato una graffetta dei punti, che è saltata via aprendo un angolo della ferita.
Ecco, per me Paolo Villaggio è anche il segno che mi porto dietro da oltre 40 anni: la ferita ha una specie di scarto, è qui da vedere. Potenza della risata, potenza della vis comica. Villaggio ha fatto un film con Fellini e uno con Olmi, ha vinto un Leone d’Oro alla carriera nel 1992, ma forse per i libri meritava qualche riconoscimento in più. Anzi di sicuro. In Russia nel 2012 gli avevano conferito il premio Gogol. Ecco, appunto, Gogol, quello del Cappotto. Roba eterna: proprio come lui, Villaggio, che da anni parlava di sé al passato remoto. “Io fui”, diceva di sé. D’altronde, se il mondo attorno è questo qui tanto vale trapassare in anticipo. Cosa che lui fece, anni fa, senza dare nell’occhio. Proprio come quando sosteneva che il Natale lui lo festeggiava a ottobre perché veniva meglio, visto che c’era decisamente meno confusione in giro.
 

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