Lug 18 2019

Dilettanti allo sbadiglio

Joseph Ducreux, Self-portrait yawning (Google Art Project)

Joseph Ducreux, Self-portrait yawning (Google Art Project)

Ho bisogno di una mano, ragazzi. Se sto dando i numeri ditemelo subito e mi taccio per sempre. Però sentite qui e ditemi che ve ne pare. Nelle ultime settimane ho assistito a tre spettacoli di diverso genere, aggiungo anche una visita guidata. Diciamo quattro momenti con esborso di tempo e capitale. La verità è che quattro volte su quattro mi sono trovato di fronte a un dilettantismo e a una presunzione che non incontravo da tempo, forse da mai. Una sciatteria, per tacer d’altro, che mi ha costretto ad alzare bandiera bianca ben prima del termine delle esibizioni. Ma la cosa per me più grave, o perlomeno complicata, sta nel fatto che gli altri spettatori gradivano eccome, e giù ad applaudire, a bearsi la vicenda, a magnificare quel che a me pareva orrore. La domanda è semplice: ma se quel tal attore è un incapace, è lì da ascoltare, se i musicisti son dei pellegrini che non si capisce che ci facciano sul palco, se il film tanto celebrato si rivela al terzo minuto uno sconclusionato sfracassamento di dardanelli e, dulcis in fundo, la visita guidata una sequela di idiozie prive di fondamento storico, il povero spettatore che deve fare? Si alza e lascia il campo, magari facendo presente a chi di dovere – fior di titolati organizzatori, aggiungo – che non ci siamo per niente.
 
A guardarla da vicino, però, non posso tacere il sospetto che stiamo vivendo un cambio di paradigma, mentre noi siam distratti ad arte. Oggi trionfa il mediocre spacciato per eccellente. Insomma, e fuor di metafora: mangi liquame e ti tocca dire che è buono. Si comincia dall’arte, che per i fresconi è il campo del soggettivo, quello dove tutte le vacche sono bianche. Ma quando mai! In campo estetico ne va del giudizio, facoltà umana per eccellenza, e in ogni caso la faccenda vince e vale anche altrove. In azienda, per dire: chi l’ha detto che gli interessi degli azionisti coincidono con quelli dell’intera comunità? Un’azienda è davvero responsabile se si mette in testa di trasformare il contesto in cui opera e vive, altrimenti si preoccupa solo del portafoglio di pochi eletti.
 
Ecco, sono partito da quattro spettacoli e sono finito in un consiglio di amministrazione, non so neanche come ho fatto. Meglio chiudere, e in fretta, con qualche suggerimento di onesta profilassi. Parlando di libri – ma l’indicazione vale per spettacoli, gite o bilanci aziendali – Giorgio Manganelli chiarisce che “un lettore di professione è in primo luogo chi sa quali libri non leggere”. Urge una durissima selezione, ragazzi. Più mordace è Vanni Scheiwiller: “Non l’ho letto e non mi piace”. Ovvero in quella cosa non ci metto piede occhio naso, a prescindere. In tempi calamitosi come i nostri è doveroso astenersi, niente teatro cinema e compagnia cantante. Cosa si rischia? Semplice: la delusione fa male, la pochezza irrita, il dilettantismo ammorba. In questi casi è consigliatissimo ritornare ai classici, che non ti deludono mai. Ecco perché, è ancora Manganelli che ragiona, “il vero, estremo lettore di professione potrebbe essere un tale che non legge quasi nulla, al limite un semianalfabeta che compita a fatica i nomi delle strade, e solo con luce favorevole”.
 

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Mag 23 2019

Un’App tutta per me

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Il carissimo nonché ineguagliabile Paolo Giacomini ha colpito ancora. Su Google Play, ovvero a questo link , trovate la spettacolare App “Claudio Calzana Gallery”, che va a sostituire la gloriosa TuttoCalzana. E’ la versione Android del mio sito, si viaggia che è un piacere, immediata e bella. Scaricate gente, scaricate. Anche perché, diciamola franca, quanti scrittori hanno la loro brava App su misura? Nessuno, o quasi. Ma c’è un segreto: quanti scrittori possono vantare lettori come Paolo Giacomini? Bastano eccome le dita di una mano, dai. Grazie infinite, Paolo.
 

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Apr 28 2019

A Cristina Campo

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Nata il 28 aprile del 1923, Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria Guerrini, muore nel 1977 a soli 53 anni. Fu poetessa, saggista e traduttrice. La ricordo con un solo verso, lei che di sé diceva: “Ha scritto poco, e le piacerebbe aver scritto meno”.
«La soglia è qui, non è tra mondo e mondo».
 

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Apr 25 2019

La giornata di uno scrutatore

Sedia_Caporossi 20 giugno 1976. Quell’anno i diciottenni furono ammessi al voto, io ci rientrai per qualche mese. Già che c’ero, mi candidai come scrutatore. Non ricordo il mio voto, quando la scheda viene inghiottita dall’urna alla fin fine tutto si congeda. No. Ricordo un partigiano portato a braccia su una sedia di legno. Il suo arrivo era stato preceduto da un alone di rispetto. Non era tempo di carrozzelle, accessi per disabili e altre migliorie. Ecco comparire un uomo secco che non riusciva a parlare, si esprimeva a versi aspri e certe occhiate. Ictus, probabilmente. Mi offrii di accompagnarlo al voto, mi incenerì con uno sguardo: voleva fare da solo, anche se faticava a tenere la matita, la scheda per mano non ci stava. Nessuno osò contraddirlo. Nel silenzio che era sceso per il seggio sentii distintamente il tratto vergato sulla scheda. Un segno vigoroso, più volte ripetuto. Il partigiano richiamò i compari, la scheda semichiusa sulle ginocchia, la fatica di indovinare la fessura dell’urna. Nessuno si azzarda ad accompagnare quella mano. Durante lo scrutinio, alcune schede vennero dichiarate nulle. Su una ci fu battaglia: il segno sul simbolo del Partito Comunista era così netto che la scheda era stata passata da parte a parte. Le opposte fazioni si accapigliarono per ragioni di bottega. Ecco, io sono certo che quella fosse la scheda del partigiano senza voce. L’intenzione di voto è chiara, dissi col candore dei miei diciott’anni, e tanto deve bastare.
 

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Apr 24 2019

Puffando s’impara

MONDO-PUFFO_ Chi si addentra nel complicato mondo della scuola – per tacer delle aziende, che meriterebbero un’apposita sezione – deve aver chiara un’importante verità: tra professori e ragazzi, senza scordarsi applicati, segretari e non docenti, vale un gergo tutto particolare, che a volte rende difficile la comunicazione. Non mi riferisco solo alle mille sigle e acronimi speciali: Pon, Pof, Rav, Sbam, Slurp, Zang, Tumb (un premio a chi distingue i veri dai falsi). No, il tema è più delicato, perché riguarda la relazione tra l’educare e il prosaico daffare quotidiano. Mi aiuto con un esempio: avete presente i Puffi? Sì, gli esseri blu inventati 60 anni fa da quel genio di Peyo. La nascita del nome è interessante: a tavola l’autore chiese a un amico di passargli la saliera, ma siccome non gli veniva il nome partorì un improbabile «Schtroumpf», da noi poi tradotto con Puffo. Al che l’altro rispose senza un plissé: «Tieni, ecco il tuo Puffo, quando avrai finito di puffarlo, me lo ripufferai». A quel punto Peyo si trova ostaggio del termine, lo usa di continuo finché, per liberarsene, inventa per l’appunto il popolo blu con tutte le sue saghe e avventure. Dove voglio parare? Chi dall’esterno si interroga su quel che avviene a scuola non sempre capisce quel che si puffa entro le mura. È proprio come Gargamella, il gigante antagonista con tanto di Birba. Ebbene, i Puffi riconoscono Gargamella non per l’aspetto, parecchio diverso dal loro, ma per il linguaggio: lo stregone usa a sbrodolo l’espressione prevalente degli esseri blu. Non sa dosare il puffese e per questo viene riconosciuto e rintuzzato. In breve: la scuola dovrebbe imparare a puffare di meno, diciamo il giusto. E certi Gargamella dovrebbero ricordarsi che i Puffi vanno lasciati puffare: perché magari tra i banchi si sta puffando qualcosa di bello e di vero.
 

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Mar 31 2019

Ma come mai

download A ben vedere, anzi ascoltare, è la commistione che mi inquieta. Qui da casa non posso vedere la sfilata di Mezza Quaresima, non ho l’affaccio come si dice in gergo, ma la colonna sonora giunge forte e chiara. Immagino che la parata sia bella, affascinante pure, anche se non sono tra i fanatici del genere. Ma la musica da villaggio turistico è un assordante quattro quarti ossessivamente ritmati, con tanto di animatore che incita la folla a chissà cosa. Qui non si sfila, ci si agita come nel bel mezzo di Ipanema, o perlomeno così me la figuro. Me ne chiedo la ragione, invitandovi a dire la vostra. In breve, io la vedo così: quel che il passato ci ha recato in dote, in questo caso una ricorrenza, ma trasferite il ragionamento dove volete, nel venir condiviso viene forzatamente filtrato attraverso i modelli della cultura diffusa e imperante; che come è noto prevede una sostanziale perdita di lucidità in occasione delle feste comandate, con la necessaria attrezzatura al seguito. Mi e vi domando: ma le persone che vogliono bene a queste tradizioni si rendono conto che in questo modo le stanno tradendo per via? Oppure – e qui sta il peggio – è per loro del tutto logico conciliare le emozioni di un tempo con quel che il giorno d’oggi predica e consuma? Il format, insomma, deve per forza prevedere confusione, calca assordante, perdita di senso collettiva? In questo momento sta rimbalzando “Come mai” di Max Pezzali, con trionfo di clacson e mortaretti, oltre all’immancabile imbonitore che spolmona. Direte: dai, non è da questi particolari che si giudica una sfilata. No, mi oppongo e contraddico: il diavolo sta nei dettagli, questa colonna sonora lo evoca e dimostra. Con le parole di Pezzali mi domando “come mai, ma chi sarai, per fare questo a me”.
 

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Mar 28 2019

Un’amena biblioteca in un volume

Centuria copertina Francamente non ricordo perché mai a poco più di vent’anni io abbia acquistato «Centuria» di Giorgio Manganelli (Rizzoli 1979). Sarà stata la copertina, direte voi. Acqua. L’illustrazione non invitava a prima vista, roba giapponese, valla a capire. Forse la bandella, quanti libri compriamo per quella sottile ingiunzione laterale? A ben vedere, il testo a firma G. M., ovvero di pugno dell’Autore, era tutto men che commerciale. Sentite qui l’abbrivio: «Il presente volumetto racchiude in breve spazio una vasta ed amena biblioteca; esso infatti raccoglie cento romanzi fiume, ma così lavorati in modi anamorfici, da apparire al lettore frettoloso testo di poche e scarne righe». Altro che imperdibile capolavoro come è in voga refertare ai nostri tempi. Sarà stata l’Introduzione, suggerirà l’esperto. Non male come idea, se non fosse che all’epoca il testo non recava in dote alcuna premessa, niente adescamento o seduzione. Solo la versione francese del 1985 reca il sigillo di Italo Calvino, successivamente recepito dalle patrie edizioni: «Da vent’anni la letteratura italiana ha uno scrittore che non assomiglia a nessun altro, inconfondibile in ogni sua frase, un inventore inesauribile e irresistibile nel gioco del linguaggio e delle idee». «Centuria», aggiungeva, è un «sontuoso spettacolo fatto di sintassi elaborata, di nomi, verbi e soprattutto aggettivi inaspettati, l’arte di far sorgere dal pretesto più insignificante una fontana di zampilli verbali, un vortice di analogie, una cascata d’invenzioni esilaranti». E allora: se l’edizione originale non issava di Calvino né ombra né stemma, quale sarà stata la ragion sufficiente per sborsare la non immodesta somma di lire 6500? Proviamo con l’incipit del piccolo romanzo fiume numero uno: «Supponiamo che, ad un certo momento, una persona che sta scrivendo una lettera ad un’altra persona – il sesso o i sessi sono irrilevanti – abbia il sospetto, o forse semplicemente s’accorga di essere lievemente ubriaco. No, non si tratta di ubriachezza molesta, chiassosa e ripugnante – se non per il fatto che l’ubriachezza, iperbole dell’esistenza, ne mette in evidenza (si diceva nei temi) l’intrinseca repellenza». Stile ammiccante, esatto e insieme maliziosamente complicato, ironia in doppia cifra, magia della parola levatrice. E tutto questo vale per ciascuno dei cento romanzi minimi, bonsai: vuoi vedere che il richiamo arboreo motiva la copertina giapponese? Per non dire che nella cerchia dei sodali l’Autore era noto come il Manga, e magari anche questo spiega l’elezione: roba da rasentar la perfezione. A proposito: che dire del principio di economia sotteso alla scrittura? Se un volume di pagine duecento ospita cento possibili romanzi, immaginate le mille situazioni in cifra, le vite in abbozzo piuttosto che fiorite, gli splendidi piaceri, le infinite superbe menzogne e raffinate. E ancora: se l’Autore si sacrifica per cento intrecci e narrazioni, è segno che sta arginando altrettanti novizi sciagurati: queste storie sono già contate, guai a voi imbrattacarte, anime prave. Insomma, «Centuria» è una provocazione indomita, una collezione rutilante e generosa, un subisso di apparizioni magistrali, un florilegio di improvvisi scarti e di sorprese; leggere Manganelli significa scoprire un umorista squisito e micidiale, una voce inconfondibile e sinuosa, un artefice che plasma infiniti universi paralleli alla maniera di Piranesi, Escher o di qualche fiammingo stralunato. Un seduttore splendido e appartato, che con degnazione d’altri tempi ci regala magnifiche sorti e prospettive.
 

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Mar 01 2019

Il quinto vangelo di un povero cristiano

1036813_20150515_mpomilio Concludi «Il quinto evangelio» di Mario Pomilio (Rusconi 1975, oggi disponibile presso L’Orma editore) e la domanda è d’obbligo: ma da dove salta fuori questo romanzo straordinario? Sembra una di quelle montagne che all’improvviso si ergono solitarie dalla pianura senza una ragione apparente. Ignoto ai più, come si conviene ai libri di valore, il romanzo si racconta in breve: a guerra appena terminata – siamo nel 1945 – un ufficiale americano scopre alcuni documenti che rimandano a un ipotetico quinto vangelo. Non un apocrifo, ma un testo in tutto e per tutto si accorda allo spirito della Parola rivelata, forse scritto dall’apostolo Giovanni. In breve, Peter Bergin, questo il nome dello studioso, dedica l’intera vita alla ricerca di questo fantomatico testo. Affiancato da una pattuglia di seguaci, il professore americano mette insieme quanto ritrovato tra svariate biblioteche e sperduti monasteri. Insomma, l’avrete capito: «Il quinto evangelio» è un romanzo densamente polifonico dove, in una cornice filologicamente molto realistica, l’autore inserisce lettere, commenti, lacerti, brani, chiose, tutti a evocare il vangelo perduto. E tanto più la cornice appare verosimile, tanto più straniante appare la costruzione dell’ordito, che si ferma sempre a un passo dalla certezza ultima e definitiva.
Sia chiaro, il romanzo non è di facile lettura: è come la montagna irta e sperduta di cui sopra. Ma se ti lasci catturare dal gioco sottile di Pomilio, dalle sue infinite variazioni, il libro ti regala intelligenza e luce a profusione. D’altronde la letteratura è essenzialmente finzione, e solo accettando questa sua natura può rilasciare il vero. Scrive Pomilio: «Il quinto evangelo, leggenda o realtà, ha rappresentato in ogni caso il versante della speranza, è la Parola che si rinnova, la verità in espansione, il bisogno che prova ciascuna generazione di rintracciare – o d’elaborare – da capo un suo vangelo». La vera letteratura la riconosci quando solleva dubbi, ripassa il mondo, rimastica verità. Persino se si tratta della Parola divina. «Il quinto evangelio» è vera letteratura perché il suo autore riesce a mettere in discussione in un colpo solo senso comune e auctoritas. Non si accontenta del dato di fatto, anzi discute, si accanisce, affabula. In una parola: si smarca dall’ovvio, svaria all’infinito e oltre. E la variazione, come è noto, è il principio cardine della scrittura vera, quella che non accetta la semplice descrizione, le cose come stanno, il mondo apparecchiato e vile.
Già, ma esiste un qualche libro e autore che ci aiuti a collocare questo romanzo fuori dai canoni? Pomilio era nato nel 1921 in provincia di Chieti; sempre abruzzese, nato una ventina d’anni prima, era Ignazio Silone. «L’avventura di un povero cristiano» – libro che quest’anno compie 50 anni tondi e narra la vicenda del gran rifiuto di papa Celestino V, l’eremita Pietro Angelerio del Morrone – sembrerebbe il tassello decisivo. Scrive infatti Silone in quel romanzo: «Dal momento che la Chiesa presentò se stessa come il Regno, cioè da Sant’Agostino, essa ha tentato di reprimere ogni movimento con tendenza a promuovere un ritorno alla credenza primitiva. L’utopia è il suo rimorso. L’avventura di Celestino si svolse, per un lungo tratto, nell’illusione che le due diverse vie di seguire Cristo si potessero ravvicinare e unire». Un nuovo vangelo, nascosto, segreto, proprio come quello vagheggiato da Pomilio nel suo capolavoro. Nelle pagine di Silone, Pomilio pare aver trovato lo spunto ideale, insieme alla certezza che la verità va ogni giorno tessuta e ritessuta, proprio come fa Penelope in attesa del suo uomo. Non a caso, quando apprende le intenzioni narrative di Silone, un vecchio frate commenta così: «Ne potrebbe venir fuori un divertente vangelo abruzzese». Già, l’utopia del quinto evangelio ricorda molto da vicino l’avventura di un povero cristiano.
 

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