Ott 16 2019

Elisabetta Gonzaga e lo scorpione

Raffaello_-_ElisabettaGonzaga L’anno prossimo, il 6 aprile 1520, cadranno i 500 anni dalla morte del grande Raffaello. Rendo omaggio al suo genio con uno dei suoi quadri più sofferti e dolenti.

In «Parla, ricordo» Nabokov scrive che «il dettaglio è sempre benvenuto». E in effetti se in una esperienza di vita c’è qualcosa che va salvato è proprio ciò che la rende unica, indimenticabile, quel dettaglio che ti si appende alla memoria e non ti molla più. Proprio come uno scorpione. Prendiamo il ritratto di Elisabetta Gonzaga, la moglie di Guidobaldo da Montefeltro, li figlio di Federico. Immaginiamo per un istante di non sapere niente di lei, della sua vita, nemmeno che siamo nel 1504 o giù di lì. Poniamoci semplicemente all’ascolto del quadro. Sì, ascolto, perché come dice Walter Pater «Tutta l’arte aspira alla condizione della musica». Elisabetta ci appare in posizione frontale, il viso leggermente rivolto a destra, gli occhi verso il basso, in direzione opposta. Nonostante la ricchezza delle vesti, l’impressione complessiva è quella di una donna triste. Oggi diremmo: spenta. Al centro della fronte un monile raffigura uno scorpione. Portato sul petto, ai tempi era un simbolo antiebraico, con particolare riferimento all’attività degli usurai; la posizione frontale del gioiello ci indirizza altrove. Ad esempio al terzo libro del «Cortegiano» di Baldassar Castiglione, dove Cesare Gonzaga ricorda come la duchessa abbia vissuto «quindeci anni in compagnia del marito come vidua». Niente rapporti amorosi, niente figli. Elisabetta ha superato i 30 anni, sa che il suo tempo sta per scadere. Anzi, in cuor suo probabilmente è convinta che sia già scaduto. Un dramma tutto umano, dunque: la gemma che la dama reca in fronte potrebbe essere un talismano di fertilità, esibito nella speranza di regalare un erede al ducato. Non è tutto: Elisabetta ha l’incarnato arrossato, porta i capelli sciolti, due riccioli a forma di serpente tentatore fanno capolino sulle spalle. Sono tutti segni di disponibilità muliebre, ancorché vana. Le mani possiamo immaginarle riunite a presidiare il grembo, desolatamente vuoto. Un ritratto dolente, che Raffaello inserisce in un paesaggio dolce e rigoglioso, a ulteriore contrappunto. Parafrasando Silvano Petrosino, che si riferisce agli scrittori, un vero pittore non dipinge mai la storia che vuole, ma sempre quella che deve, cioè «l’evento di cui egli è chiamato a essere, estrema responsabilità, l’unico testimone oculare».
 

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Set 05 2019

Vasco Pratolini, un eroe da riscoprire

unnamed Il libro che ho per le mani è del 1949, esattamente settant’anni fa. È la prima edizione del romanzo Vasco Pratolini «Un eroe del nostro tempo» (allora edito da Bompiani, oggi da Rizzoli), una delle opere più ostinatamente sottovalutate del secolo scorso, e i motivi non mancano. Per cominciare, mentre l’Italia voleva lasciarsi tutto alle spalle, Pratolini rievoca i conflitti del primissimo Dopoguerra, periodo in cui ex fascisti e partigiani non avevano ancora deposto le armi. «Con l’odio che lentamente si andava assopendo, anche la speranza assumeva più limitati contorni».

L’appartamento
Pratolini ambienta la vicenda in un appartamento dove convivono tre famiglie, «gente a cui la guerra aveva tolto la propria casa, o che una casa non aveva mai avuto». Una coppia di ex partigiani comunisti, Bruna e Faliero; una donna, Lucia, con il figlio sedicenne, Sandrino; la vedova di un fascista, Virginia, «bella per gli uomini, e superba per le donne». Ovvio che tra i coinquilini nasca qualche attrito, nonostante i tentativi di conciliazione. La vedova, poi, non esce dal suo lutto, e a momenti nemmeno dall’appartamento. Anche se, «chiusa nella sua camera, tutti i segreti della casa veniva- no a lei». E qui nasce la seconda, scottante questione. Virginia, la
«repubblichina», si innamora di Sandrino, che ha esattamente la metà dei suoi anni ed è fascista: «Sono un nero, ho vestito la divisa fino alla vigilia dell’arrivo degli Alleati». Angelico per fattezze e diabolico a dispetto del diminutivo, il giovane domina l’amante, compromettendola e derubandola di ogni bene. «La vera felicità durò venti giorni», sentenzia l’autore. Poi la lenta e inarrestabile discesa, alla quale la vedova non si rassegna perché vede nel ragazzo la sua unica ragione di vita: «Riducendo il proprio compito ai doveri tutti gioiosi di un affetto esclusivo, ella garantiva a se stessa una eterna vacanza dalla coscienza, si conquistava, sia nel bene, sia nel male, la sconfinata libertà dell’irresponsabile». Uno sguardo lucido, quello del narratore, che con Virginia e Bruna delinea due figure profondamente diverse ma ugualmente straordinarie nel panorama della nostra letteratura.

Cronaca nera

Vasco Pratolini

Vasco Pratolini

C’è un terzo motivo che relega questo romanzo in una posizione di retrovia, e riguarda l’autore stesso. Il grande successo arrise a Pratolini grazie a due opere pubblicate a cavallo di questa: «Cronache di poveri amanti» (1946) e «Metello» (1955). Entrambi i romanzi narrano conflitti sociali, ma nessuno presenta la crudezza e il lancinante realismo dell’opera del 1949. Luigi Russo esprime bene il turbamento della critica letteraria: «Noi abbiamo molta stima di Pratolini come di narratore-poeta; ma è egli poeta del suo quartiere, della via di casa sua, popolata dei sogni e delle tenerezze di chi ha vissuto in essa molto intimamente. In questo romanzo invece c’è un cambiamento di rotta; è un romanzo che vuol essere una didascalia sui nostri tempi, vorrebbe cioè presentare un protagonista, di cui parlano spesso i giornali quotidiani, che oscilla tra il criminale e l’eroe, ma più pende al criminale che all’eroe […] Si tratta d’una cronaca, e di una cronaca nera, ma non della cronaca con la C maiuscola, alla quale il Pratolini ci aveva gradevolmente abituato». Già, «Un eroe del nostro tempo» non è un romanzo gradevole, spiazza le attese del pubblico e fa il contropelo ai letterati. Vien fatto di pensare che l’ultimo, profondo motivo di rimozione sofferto da questo romanzo stia nel titolo, preso a prestito da Lermontov. La domanda è lecita: se l’eroe del titolo è Sandrino, che giudizio dà Pratolini della sua epoca? La risposta sembra ovvia, priva di repliche. Ma, a ben vedere, questo romanzo non presenta eroi, quanto esseri umani: chi violento o carnale, chi solo o perduto, chi graniticamente fedele ai propri ideali. Da questo punto di vista, essere umani significa essere eroi: liberi di scegliere, certo, ma al contempo vincolati al copione sotteso a ogni umana ventura. E allora, chissà, forse l’eroe è proprio lui, Vasco Pratolini, che con uno sguardo ricco di pietas, riscatta e redime i suoi personaggi. Forse persino l’eroe del titolo, protagonista nel finale della scelta più tragica e crudele.
 

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Set 04 2019

E nel lontano 2008…

Copertina+fascetta_3 …era già tutto scritto, nero su bianco. Persino la terza edizione: Conte dapprima scialbo, poi parecchio pugnace per oltre mezz’ora, infine di nuovo a palazzo. Magari stavolta sorridiamo anche noi, chi lo sa.
 

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Lug 31 2019

Gay o Islam?

stream_img Succede a Londra. Una donna sponte velata se la prende con un orgogliosissimo gay al grido di “Shame on you” (Qui il video). Un poliziotto li separa, anzi allontana l’uomo, ma lei mica si calma, gliene dice di ogni. Il filmato ha fatto il giro del mondo, tutti a cliccare perplessi, a chiedersi da che parte stiamo: orientamento sessuale o fede stile burka? Per risolvere l’arcano, richiamo un libro di quasi 20 amni fa, “Denti bianchi”, il folgorante esordio di Zadie Smith. Il romanzo narra l’amicizia tra una famiglia inglese, i Jones, e una bengalese, gli Iqbal, uniti dal fatto che i due “vecchi” si erano conosciuti in guerra. L’oriundo Samad ha due gemelli, e non sa come risolvere il tema della loro educazione. C’è anche un problema di budget, ovvio, ma la questione vera è quella della religione. Insistere o no sui precetti religiosi in un contesto tanto diverso come quello londinese? Se la ragiona a lungo con l’amico indigeno Archie, poi decide salomonicamente: un ragazzo resterà a Londra, accedendo all’educazione top di gamma, bella laica e à la page; l’altro se ne tornerà in Patria in situazioni parecchio cheap, per non rescindere il legame con la tradizione. Tutto a posto? Mica tanto: uno dei due gemelli si farà fondamentalista convinto, creando problemi a non finire. Già, ma quale di due? Ma quello educato in England, ça va sans dire! L’altro gemello si scoprirà perfettamente british, si vede che l’aria delle colonie profuma di Occidente. Ecco allora il punto: l’altro ieri a Londra è andata in scena una contraddizione ineliminabile, irrisolvibile, costitutiva, nel senso che ne va dell’io, del soggetto, che solo nel confronto si comprende e ritrova. Succede tra due gemelli, figurasi per strada. Ciascuno di noi è quel che l’altro non è. Se abolisco la differenza è davvero finita. Se abolisco il conflitto che talvolta nasce, idem. E’ la differenza che ci costituisce, custodiamola per bene. Ho capito, ma in questo caso specifico dove pende maggiormente la ragione? Gay o Islam? Facile, la ragione sta in un confronto – e se capita pure conflitto – senza violenza. Non scambiatela per tolleranza, che è altra cosa: la tolleranza non dirime, semmai annacqua in un mi va bene tutto basta che stia al suo posto. No, ci vuole più coraggio: più sei diverso da me, più mi sei necessario. Non ti devo necessariamente abbracciare, magari non sei il mio tipo – appunto – però mi aiuti a comprendere quel che (non) sono. Quindi: grazie, perché se tu non ci fossi dovrei inventarti. E sai che fatica.
 

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Lug 21 2019

Il tamburo e la bambola

August Macke, Ragazza bionda con bambola

August Macke, Ragazza bionda con bambola

«Nessuno dovrebbe descrivere la propria vita se non ha la pazienza, prima di datare la propria esistenza, di commemorare almeno la metà dei suoi avi». Così il protagonista de «Il tamburo di latta», il folgorante esordio di Günter Grass, pubblicato esattamente 60 anni fa. Ambientato a Danzica, il romanzo ha per protagonista Oskar Matzerath che, dal manicomio dove è internato, rievoca vicende di famiglia ormai lontane al suono di un micidiale tamburo di latta, il suo primo gioco e talismano. Tra le gonne della nonna materna avviene il misterioso concepimento di Agnes, la madre di Oskar; l’ostinata ribellione del bambino inizia prima della sua nascita, nel ventre materno, quando ritarda la sua venuta al mondo; e non appena riceve in dono il tamburo, a tre anni, deciderà di smettere di crescere, rimanendo fedele alle dimensioni del suo rumoroso feticcio. Il bambino – tema caro al mondo fiabesco e in generale al romanticismo tedesco – non crescerà fino ai 28 anni, a seconda guerra mondiale conclusa, quando la nuova Germania vede finalmente la luce. Tutto è bene quel che finisce bene? Mica tanto: lo sviluppo del ragazzo non sarà per nulla regolare. Una gobba segnerà per sempre questa crescita forzata, a evidenziare le storture che si celano sotto le magnifiche sorti e prospettive. Il bambino che decide di crescere e la nazione che si riscatta dal giogo nazista sono una e medesima storia: ma quel tamburo dall’impronta militare è lì a ricordare che un certo passato non lo puoi passare sotto silenzio; e quella gobba richiama la polvere sotto il tappeto, atteggiamento di quei tedeschi che col nazismo non hanno mai fatto i conti fino in fondo. Un libro immaginifico, denso e fiabesco, un capolavoro di prosa e invenzioni destinato a lasciare in ombra quell’anno i romanzi di altri autori di sicuro valore. Tra gli altri Uwe Johnson, Heinrich Böll, Klaus Nonnnenmann.

Il dottor Wambach
Già, Klaus Nonnenmann: chi era costui? Nato nel 1922, fu pilota della Luftwaffe, poi giornalista e autore di testi per la radio. Era noto giusto a una ristretta cerchia di sodali, eppure un suo romanzo di quel medesimo 1959, «Le sette lettere del dottor Wambach», vale il coevo tamburo di Grass, anzi lo supera, a giudizio di chi scrive. Al tempo pochi se ne avvidero, tanto che venne riscoperto solo una trentina d’anni più tardi. La versione italiana non a caso è del 1989, Serra e Riva editori. Protagonista è un medico mutualistico in pensione, il dottor Wambach, stimato da tutti, già sindaco della città, presidente onorario del congresso medico internazionale. È la sua ultima settimana di vita, l’autore ce lo dice subito, quindi non stiamo svelando nessun arcano. Vedovo, non ha figli, ignora qualsivoglia dieta, è pittore dilettante e patito di meteorologia, tiene la pipa a destra o a sinistra delle labbra a seconda dell’umore. Insomma, il classico pensionato abitudinario. Sennonché un bel giorno al parco incontra una bimba in lacrime, «un cosino mingherlino di cinque anni e mezzo». La piccola Ise piange perché ha perso la sua bambola, Rapunzel (Raperonzolo). Wambach decide di consolarla con la medicina più magica e infallibile, le parole. Inventa sui due piedi che la bambola non è affatto scomparsa, ma si è trasferita a Parigi, dove se la spassa tra alberghi, negozi di moda e bella vita. Nei giorni successivi il dottore recapita alla bimba le lettere di Raperonzolo. Una lettera al giorno, sette in tutto. Guai e peripezie non mancano, ma quando la bambola incontra il suo principe azzurro il lieto fine è assicurato. Certo, i genitori di Ise non la prendono bene, quel vecchio che intenzioni ha? Non è il caso di informare l’associazione dei medici che Wambach non è del tutto registrato? E come se la caverà il dottore nel tenere il suo discorso al congresso nazionale che presiede? Non ha preparato nulla, assorbito dalla piccola Ise, dalla scomparsa di Rapunzel e dalla stesura delle lettere. Il finale non va svelato, perché è semplicemente meraviglioso.

Un piccolo miracolo
Sia pur relegate in penombra dal trambusto del tamburo di Grass, le « Lettere» di Nonnenmann sono un piccolo miracolo, come ha scritto Peter Härtling. In entrambi i romanzi i bambini sono protagonisti, i giocattoli pure, il richiamo al mondo delle fiabe è decisivo. Ma le differenze sono evidenti: Grass è scrittore focoso, che prende di petto la questione tedesca e si impone per le sue invettive a perbenisti e benpensanti. La voce di Nonnenmann è invece delicata, ironica, sorridente, da uomo pieno di gioia. Entrambi affondano le radici nel repertorio fiabesco dei fratelli Grimm, ma lo svolgono in direzioni diverse. A ben vedere, le due anime della letteratura e cultura tedesca, la marziale e l’appartata, sono emblematicamente rese dai balocchi di questi due romanzi, il tamburo e la bambola. Per trovarle riunite in un’unica espressione bisogna affidarsi alla sintesi suprema di Goethe o alla mimesi tragica di Kafka.

Kafka al parco
«Le sette lettere» nascondono un segreto: la storia del dottor Wambach rievoca un episodio vissuto in prima persona da Kafka. Nel 1923, già molto malato, lo scrittore consolò una bimba che al parco aveva perso la sua bambola. E lo fece scrivendo lettere, proprio come Wambach. Se non bastasse: la moglie del dottore si chiama Amalia, come la ribelle che accudisce i genitori ne «Il castello», e muore di tubercolosi, proprio come accadde a Kafka. Grazie a Klaus Nonnenmann, Kafka – autore ignorato in vita – torna in vita sulla pagina scritta, il luogo certamente più degno e appropriato. È lui che “inciampa” in una bimba e si china ad asciugarne le lacrime, consolandola con le dolci parole di una bambola. Nella «Lettera al padre”, mai consegnata, lo scrittore praghese scriveva: «La vera via passa su una corda, che non è tesa in alto, ma rasoterra. Sembra fatta più per inciampare che per essere percorsa». E Nonnenmann, quasi di rimando: «Non è in alcun modo lecito morire prima di aver vissuto».
 

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Lug 18 2019

Dilettanti allo sbadiglio

Joseph Ducreux, Self-portrait yawning (Google Art Project)

Joseph Ducreux, Self-portrait yawning (Google Art Project)

Ho bisogno di una mano, ragazzi. Se sto dando i numeri ditemelo subito e mi taccio per sempre. Però sentite qui e ditemi che ve ne pare. Nelle ultime settimane ho assistito a tre spettacoli di diverso genere, aggiungo anche una visita guidata. Diciamo quattro momenti con esborso di tempo e capitale. La verità è che quattro volte su quattro mi sono trovato di fronte a un dilettantismo e a una presunzione che non incontravo da tempo, forse da mai. Una sciatteria, per tacer d’altro, che mi ha costretto ad alzare bandiera bianca ben prima del termine delle esibizioni. Ma la cosa per me più grave, o perlomeno complicata, sta nel fatto che gli altri spettatori gradivano eccome, e giù ad applaudire, a bearsi la vicenda, a magnificare quel che a me pareva orrore. La domanda è semplice: ma se quel tal attore è un incapace, è lì da ascoltare, se i musicisti son dei pellegrini che non si capisce che ci facciano sul palco, se il film tanto celebrato si rivela al terzo minuto uno sconclusionato sfracassamento di dardanelli e, dulcis in fundo, la visita guidata una sequela di idiozie prive di fondamento storico, il povero spettatore che deve fare? Si alza e lascia il campo, magari facendo presente a chi di dovere – fior di titolati organizzatori, aggiungo – che non ci siamo per niente.
 
A guardarla da vicino, però, non posso tacere il sospetto che stiamo vivendo un cambio di paradigma, mentre noi siam distratti ad arte. Oggi trionfa il mediocre spacciato per eccellente. Insomma, e fuor di metafora: mangi liquame e ti tocca dire che è buono. Si comincia dall’arte, che per i fresconi è il campo del soggettivo, quello dove tutte le vacche sono bianche. Ma quando mai! In campo estetico ne va del giudizio, facoltà umana per eccellenza, e in ogni caso la faccenda vince e vale anche altrove. In azienda, per dire: chi l’ha detto che gli interessi degli azionisti coincidono con quelli dell’intera comunità? Un’azienda è davvero responsabile se si mette in testa di trasformare il contesto in cui opera e vive, altrimenti si preoccupa solo del portafoglio di pochi eletti.
 
Ecco, sono partito da quattro spettacoli e sono finito in un consiglio di amministrazione, non so neanche come ho fatto. Meglio chiudere, e in fretta, con qualche suggerimento di onesta profilassi. Parlando di libri – ma l’indicazione vale per spettacoli, gite o bilanci aziendali – Giorgio Manganelli chiarisce che “un lettore di professione è in primo luogo chi sa quali libri non leggere”. Urge una durissima selezione a priori, ragazzi. Più mordace è Vanni Scheiwiller: “Non l’ho letto e non mi piace”. Ovvero in quella cosa non ci metto piede occhio naso, a prescindere. In tempi calamitosi come i nostri è doveroso astenersi, niente teatro cinema e compagnia cantante. Cosa si rischia? Semplice: la delusione fa male, la pochezza irrita, il dilettantismo ammorba. In questi casi è consigliatissimo ritornare ai classici, che non ti deludono mai. Ecco perché, è ancora Manganelli che ragiona, “il vero, estremo lettore di professione potrebbe essere un tale che non legge quasi nulla, al limite un semianalfabeta che compita a fatica i nomi delle strade, e solo con luce favorevole”.
 

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Mag 23 2019

Un’App tutta per me

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Il carissimo nonché ineguagliabile Paolo Giacomini ha colpito ancora. Su Google Play, ovvero a questo link , trovate la spettacolare App “Claudio Calzana Gallery”, che va a sostituire la gloriosa TuttoCalzana. E’ la versione Android del mio sito, si viaggia che è un piacere, immediata e bella. Scaricate gente, scaricate. Anche perché, diciamola franca, quanti scrittori hanno la loro brava App su misura? Nessuno, o quasi. Ma c’è un segreto: quanti scrittori possono vantare lettori come Paolo Giacomini? Bastano eccome le dita di una mano, dai. Grazie infinite, Paolo.
 

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Apr 28 2019

A Cristina Campo

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Nata il 28 aprile del 1923, Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria Guerrini, muore nel 1977 a soli 53 anni. Fu poetessa, saggista e traduttrice. La ricordo con un solo verso, lei che di sé diceva: “Ha scritto poco, e le piacerebbe aver scritto meno”.
«La soglia è qui, non è tra mondo e mondo».
 

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