Lug 31 2019

Gay o Islam?

stream_img Succede a Londra. Una donna sponte velata se la prende con un orgogliosissimo gay al grido di “Shame on you” (Qui il video). Un poliziotto li separa, anzi allontana l’uomo, ma lei mica si calma, gliene dice di ogni. Il filmato ha fatto il giro del mondo, tutti a cliccare perplessi, a chiedersi da che parte stiamo: orientamento sessuale o fede stile burka? Per risolvere l’arcano, richiamo un libro di quasi 20 amni fa, “Denti bianchi”, il folgorante esordio di Zadie Smith. Il romanzo narra l’amicizia tra una famiglia inglese, i Jones, e una bengalese, gli Iqbal, uniti dal fatto che i due “vecchi” si erano conosciuti in guerra. L’oriundo Samad ha due gemelli, e non sa come risolvere il tema della loro educazione. C’è anche un problema di budget, ovvio, ma la questione vera è quella della religione. Insistere o no sui precetti religiosi in un contesto tanto diverso come quello londinese? Se la ragiona a lungo con l’amico indigeno Archie, poi decide salomonicamente: un ragazzo resterà a Londra, accedendo all’educazione top di gamma, bella laica e à la page; l’altro se ne tornerà in Patria in situazioni parecchio cheap, per non rescindere il legame con la tradizione. Tutto a posto? Mica tanto: uno dei due gemelli si farà fondamentalista convinto, creando problemi a non finire. Già, ma quale di due? Ma quello educato in England, ça va sans dire! L’altro gemello si scoprirà perfettamente british, si vede che l’aria delle colonie profuma di Occidente. Ecco allora il punto: l’altro ieri a Londra è andata in scena una contraddizione ineliminabile, irrisolvibile, costitutiva, nel senso che ne va dell’io, del soggetto, che solo nel confronto si comprende e ritrova. Succede tra due gemelli, figurasi per strada. Ciascuno di noi è quel che l’altro non è. Se abolisco la differenza è davvero finita. Se abolisco il conflitto che talvolta nasce, idem. E’ la differenza che ci costituisce, custodiamola per bene. Ho capito, ma in questo caso specifico dove pende maggiormente la ragione? Gay o Islam? Facile, la ragione sta in un confronto – e se capita pure conflitto – senza violenza. Non scambiatela per tolleranza, che è altra cosa: la tolleranza non dirime, semmai annacqua in un mi va bene tutto basta che stia al suo posto. No, ci vuole più coraggio: più sei diverso da me, più mi sei necessario. Non ti devo necessariamente abbracciare, magari non sei il mio tipo – appunto – però mi aiuti a comprendere quel che (non) sono. Quindi: grazie, perché se tu non ci fossi dovrei inventarti. E sai che fatica.
 

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Lug 21 2019

Il tamburo e la bambola

August Macke, Ragazza bionda con bambola

August Macke, Ragazza bionda con bambola

«Nessuno dovrebbe descrivere la propria vita se non ha la pazienza, prima di datare la propria esistenza, di commemorare almeno la metà dei suoi avi». Così il protagonista de «Il tamburo di latta», il folgorante esordio di Günter Grass, pubblicato esattamente 60 anni fa. Ambientato a Danzica, il romanzo ha per protagonista Oskar Matzerath che, dal manicomio dove è internato, rievoca vicende di famiglia ormai lontane al suono di un micidiale tamburo di latta, il suo primo gioco e talismano. Tra le gonne della nonna materna avviene il misterioso concepimento di Agnes, la madre di Oskar; l’ostinata ribellione del bambino inizia prima della sua nascita, nel ventre materno, quando ritarda la sua venuta al mondo; e non appena riceve in dono il tamburo, a tre anni, deciderà di smettere di crescere, rimanendo fedele alle dimensioni del suo rumoroso feticcio. Il bambino – tema caro al mondo fiabesco e in generale al romanticismo tedesco – non crescerà fino ai 28 anni, a seconda guerra mondiale conclusa, quando la nuova Germania vede finalmente la luce. Tutto è bene quel che finisce bene? Mica tanto: lo sviluppo del ragazzo non sarà per nulla regolare. Una gobba segnerà per sempre questa crescita forzata, a evidenziare le storture che si celano sotto le magnifiche sorti e prospettive. Il bambino che decide di crescere e la nazione che si riscatta dal giogo nazista sono una e medesima storia: ma quel tamburo dall’impronta militare è lì a ricordare che un certo passato non lo puoi passare sotto silenzio; e quella gobba richiama la polvere sotto il tappeto, atteggiamento di quei tedeschi che col nazismo non hanno mai fatto i conti fino in fondo. Un libro immaginifico, denso e fiabesco, un capolavoro di prosa e invenzioni destinato a lasciare in ombra quell’anno i romanzi di altri autori di sicuro valore. Tra gli altri Uwe Johnson, Heinrich Böll, Klaus Nonnnenmann.

Il dottor Wambach
Già, Klaus Nonnenmann: chi era costui? Nato nel 1922, fu pilota della Luftwaffe, poi giornalista e autore di testi per la radio. Era noto giusto a una ristretta cerchia di sodali, eppure un suo romanzo di quel medesimo 1959, «Le sette lettere del dottor Wambach», vale il coevo tamburo di Grass, anzi lo supera, a giudizio di chi scrive. Al tempo pochi se ne avvidero, tanto che venne riscoperto solo una trentina d’anni più tardi. La versione italiana non a caso è del 1989, Serra e Riva editori. Protagonista è un medico mutualistico in pensione, il dottor Wambach, stimato da tutti, già sindaco della città, presidente onorario del congresso medico internazionale. È la sua ultima settimana di vita, l’autore ce lo dice subito, quindi non stiamo svelando nessun arcano. Vedovo, non ha figli, ignora qualsivoglia dieta, è pittore dilettante e patito di meteorologia, tiene la pipa a destra o a sinistra delle labbra a seconda dell’umore. Insomma, il classico pensionato abitudinario. Sennonché un bel giorno al parco incontra una bimba in lacrime, «un cosino mingherlino di cinque anni e mezzo». La piccola Ise piange perché ha perso la sua bambola, Rapunzel (Raperonzolo). Wambach decide di consolarla con la medicina più magica e infallibile, le parole. Inventa sui due piedi che la bambola non è affatto scomparsa, ma si è trasferita a Parigi, dove se la spassa tra alberghi, negozi di moda e bella vita. Nei giorni successivi il dottore recapita alla bimba le lettere di Raperonzolo. Una lettera al giorno, sette in tutto. Guai e peripezie non mancano, ma quando la bambola incontra il suo principe azzurro il lieto fine è assicurato. Certo, i genitori di Ise non la prendono bene, quel vecchio che intenzioni ha? Non è il caso di informare l’associazione dei medici che Wambach non è del tutto registrato? E come se la caverà il dottore nel tenere il suo discorso al congresso nazionale che presiede? Non ha preparato nulla, assorbito dalla piccola Ise, dalla scomparsa di Rapunzel e dalla stesura delle lettere. Il finale non va svelato, perché è semplicemente meraviglioso.

Un piccolo miracolo
Sia pur relegate in penombra dal trambusto del tamburo di Grass, le « Lettere» di Nonnenmann sono un piccolo miracolo, come ha scritto Peter Härtling. In entrambi i romanzi i bambini sono protagonisti, i giocattoli pure, il richiamo al mondo delle fiabe è decisivo. Ma le differenze sono evidenti: Grass è scrittore focoso, che prende di petto la questione tedesca e si impone per le sue invettive a perbenisti e benpensanti. La voce di Nonnenmann è invece delicata, ironica, sorridente, da uomo pieno di gioia. Entrambi affondano le radici nel repertorio fiabesco dei fratelli Grimm, ma lo svolgono in direzioni diverse. A ben vedere, le due anime della letteratura e cultura tedesca, la marziale e l’appartata, sono emblematicamente rese dai balocchi di questi due romanzi, il tamburo e la bambola. Per trovarle riunite in un’unica espressione bisogna affidarsi alla sintesi suprema di Goethe o alla mimesi tragica di Kafka.

Kafka al parco
«Le sette lettere» nascondono un segreto: la storia del dottor Wambach rievoca un episodio vissuto in prima persona da Kafka. Nel 1923, già molto malato, lo scrittore consolò una bimba che al parco aveva perso la sua bambola. E lo fece scrivendo lettere, proprio come Wambach. Se non bastasse: la moglie del dottore si chiama Amalia, come la ribelle che accudisce i genitori ne «Il castello», e muore di tubercolosi, proprio come accadde a Kafka. Grazie a Klaus Nonnenmann, Kafka – autore ignorato in vita – torna in vita sulla pagina scritta, il luogo certamente più degno e appropriato. È lui che “inciampa” in una bimba e si china ad asciugarne le lacrime, consolandola con le dolci parole di una bambola. Nella «Lettera al padre”, mai consegnata, lo scrittore praghese scriveva: «La vera via passa su una corda, che non è tesa in alto, ma rasoterra. Sembra fatta più per inciampare che per essere percorsa». E Nonnenmann, quasi di rimando: «Non è in alcun modo lecito morire prima di aver vissuto».
 

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Lug 18 2019

Dilettanti allo sbadiglio

Joseph Ducreux, Self-portrait yawning (Google Art Project)

Joseph Ducreux, Self-portrait yawning (Google Art Project)

Ho bisogno di una mano, ragazzi. Se sto dando i numeri ditemelo subito e mi taccio per sempre. Però sentite qui e ditemi che ve ne pare. Nelle ultime settimane ho assistito a tre spettacoli di diverso genere, aggiungo anche una visita guidata. Diciamo quattro momenti con esborso di tempo e capitale. La verità è che quattro volte su quattro mi sono trovato di fronte a un dilettantismo e a una presunzione che non incontravo da tempo, forse da mai. Una sciatteria, per tacer d’altro, che mi ha costretto ad alzare bandiera bianca ben prima del termine delle esibizioni. Ma la cosa per me più grave, o perlomeno complicata, sta nel fatto che gli altri spettatori gradivano eccome, e giù ad applaudire, a bearsi la vicenda, a magnificare quel che a me pareva orrore. La domanda è semplice: ma se quel tal attore è un incapace, è lì da ascoltare, se i musicisti son dei pellegrini che non si capisce che ci facciano sul palco, se il film tanto celebrato si rivela al terzo minuto uno sconclusionato sfracassamento di dardanelli e, dulcis in fundo, la visita guidata una sequela di idiozie prive di fondamento storico, il povero spettatore che deve fare? Si alza e lascia il campo, magari facendo presente a chi di dovere – fior di titolati organizzatori, aggiungo – che non ci siamo per niente.
 
A guardarla da vicino, però, non posso tacere il sospetto che stiamo vivendo un cambio di paradigma, mentre noi siam distratti ad arte. Oggi trionfa il mediocre spacciato per eccellente. Insomma, e fuor di metafora: mangi liquame e ti tocca dire che è buono. Si comincia dall’arte, che per i fresconi è il campo del soggettivo, quello dove tutte le vacche sono bianche. Ma quando mai! In campo estetico ne va del giudizio, facoltà umana per eccellenza, e in ogni caso la faccenda vince e vale anche altrove. In azienda, per dire: chi l’ha detto che gli interessi degli azionisti coincidono con quelli dell’intera comunità? Un’azienda è davvero responsabile se si mette in testa di trasformare il contesto in cui opera e vive, altrimenti si preoccupa solo del portafoglio di pochi eletti.
 
Ecco, sono partito da quattro spettacoli e sono finito in un consiglio di amministrazione, non so neanche come ho fatto. Meglio chiudere, e in fretta, con qualche suggerimento di onesta profilassi. Parlando di libri – ma l’indicazione vale per spettacoli, gite o bilanci aziendali – Giorgio Manganelli chiarisce che “un lettore di professione è in primo luogo chi sa quali libri non leggere”. Urge una durissima selezione a priori, ragazzi. Più mordace è Vanni Scheiwiller: “Non l’ho letto e non mi piace”. Ovvero in quella cosa non ci metto piede occhio naso, a prescindere. In tempi calamitosi come i nostri è doveroso astenersi, niente teatro cinema e compagnia cantante. Cosa si rischia? Semplice: la delusione fa male, la pochezza irrita, il dilettantismo ammorba. In questi casi è consigliatissimo ritornare ai classici, che non ti deludono mai. Ecco perché, è ancora Manganelli che ragiona, “il vero, estremo lettore di professione potrebbe essere un tale che non legge quasi nulla, al limite un semianalfabeta che compita a fatica i nomi delle strade, e solo con luce favorevole”.
 

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Mag 23 2019

Un’App tutta per me

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Il carissimo nonché ineguagliabile Paolo Giacomini ha colpito ancora. Su Google Play, ovvero a questo link , trovate la spettacolare App “Claudio Calzana Gallery”, che va a sostituire la gloriosa TuttoCalzana. E’ la versione Android del mio sito, si viaggia che è un piacere, immediata e bella. Scaricate gente, scaricate. Anche perché, diciamola franca, quanti scrittori hanno la loro brava App su misura? Nessuno, o quasi. Ma c’è un segreto: quanti scrittori possono vantare lettori come Paolo Giacomini? Bastano eccome le dita di una mano, dai. Grazie infinite, Paolo.
 

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Apr 28 2019

A Cristina Campo

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Nata il 28 aprile del 1923, Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria Guerrini, muore nel 1977 a soli 53 anni. Fu poetessa, saggista e traduttrice. La ricordo con un solo verso, lei che di sé diceva: “Ha scritto poco, e le piacerebbe aver scritto meno”.
«La soglia è qui, non è tra mondo e mondo».
 

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Apr 25 2019

La giornata di uno scrutatore

Sedia_Caporossi 20 giugno 1976. Quell’anno i diciottenni furono ammessi al voto, io ci rientrai per qualche mese. Già che c’ero, mi candidai come scrutatore. Non ricordo il mio voto, quando la scheda viene inghiottita dall’urna alla fin fine tutto si congeda. No. Ricordo un partigiano portato a braccia su una sedia di legno. Il suo arrivo era stato preceduto da un alone di rispetto. Non era tempo di carrozzelle, accessi per disabili e altre migliorie. Ecco comparire un uomo secco che non riusciva a parlare, si esprimeva a versi aspri e certe occhiate. Ictus, probabilmente. Mi offrii di accompagnarlo al voto, mi incenerì con uno sguardo: voleva fare da solo, anche se faticava a tenere la matita, la scheda per mano non ci stava. Nessuno osò contraddirlo. Nel silenzio che era sceso per il seggio sentii distintamente il tratto vergato sulla scheda. Un segno vigoroso, più volte ripetuto. Il partigiano richiamò i compari, la scheda semichiusa sulle ginocchia, la fatica di indovinare la fessura dell’urna. Nessuno si azzarda ad accompagnare quella mano. Durante lo scrutinio, alcune schede vennero dichiarate nulle. Su una ci fu battaglia: il segno sul simbolo del Partito Comunista era così netto che la scheda era stata passata da parte a parte. Le opposte fazioni si accapigliarono per ragioni di bottega. Ecco, io sono certo che quella fosse la scheda del partigiano senza voce. L’intenzione di voto è chiara, dissi col candore dei miei diciott’anni, e tanto deve bastare.
 

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Apr 24 2019

Puffando s’impara

MONDO-PUFFO_ Chi si addentra nel complicato mondo della scuola – per tacer delle aziende, che meriterebbero un’apposita sezione – deve aver chiara un’importante verità: tra professori e ragazzi, senza scordarsi applicati, segretari e non docenti, vale un gergo tutto particolare, che a volte rende difficile la comunicazione. Non mi riferisco solo alle mille sigle e acronimi speciali: Pon, Pof, Rav, Sbam, Slurp, Zang, Tumb (un premio a chi distingue i veri dai falsi). No, il tema è più delicato, perché riguarda la relazione tra l’educare e il prosaico daffare quotidiano. Mi aiuto con un esempio: avete presente i Puffi? Sì, gli esseri blu inventati 60 anni fa da quel genio di Peyo. La nascita del nome è interessante: a tavola l’autore chiese a un amico di passargli la saliera, ma siccome non gli veniva il nome partorì un improbabile «Schtroumpf», da noi poi tradotto con Puffo. Al che l’altro rispose senza un plissé: «Tieni, ecco il tuo Puffo, quando avrai finito di puffarlo, me lo ripufferai». A quel punto Peyo si trova ostaggio del termine, lo usa di continuo finché, per liberarsene, inventa per l’appunto il popolo blu con tutte le sue saghe e avventure. Dove voglio parare? Chi dall’esterno si interroga su quel che avviene a scuola non sempre capisce quel che si puffa entro le mura. È proprio come Gargamella, il gigante antagonista con tanto di Birba. Ebbene, i Puffi riconoscono Gargamella non per l’aspetto, parecchio diverso dal loro, ma per il linguaggio: lo stregone usa a sbrodolo l’espressione prevalente degli esseri blu. Non sa dosare il puffese e per questo viene riconosciuto e rintuzzato. In breve: la scuola dovrebbe imparare a puffare di meno, diciamo il giusto. E certi Gargamella dovrebbero ricordarsi che i Puffi vanno lasciati puffare: perché magari tra i banchi si sta puffando qualcosa di bello e di vero.
 

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Mar 31 2019

Ma come mai

download A ben vedere, anzi ascoltare, è la commistione che mi inquieta. Qui da casa non posso vedere la sfilata di Mezza Quaresima, non ho l’affaccio come si dice in gergo, ma la colonna sonora giunge forte e chiara. Immagino che la parata sia bella, affascinante pure, anche se non sono tra i fanatici del genere. Ma la musica da villaggio turistico è un assordante quattro quarti ossessivamente ritmati, con tanto di animatore che incita la folla a chissà cosa. Qui non si sfila, ci si agita come nel bel mezzo di Ipanema, o perlomeno così me la figuro. Me ne chiedo la ragione, invitandovi a dire la vostra. In breve, io la vedo così: quel che il passato ci ha recato in dote, in questo caso una ricorrenza, ma trasferite il ragionamento dove volete, nel venir condiviso viene forzatamente filtrato attraverso i modelli della cultura diffusa e imperante; che come è noto prevede una sostanziale perdita di lucidità in occasione delle feste comandate, con la necessaria attrezzatura al seguito. Mi e vi domando: ma le persone che vogliono bene a queste tradizioni si rendono conto che in questo modo le stanno tradendo per via? Oppure – e qui sta il peggio – è per loro del tutto logico conciliare le emozioni di un tempo con quel che il giorno d’oggi predica e consuma? Il format, insomma, deve per forza prevedere confusione, calca assordante, perdita di senso collettiva? In questo momento sta rimbalzando “Come mai” di Max Pezzali, con trionfo di clacson e mortaretti, oltre all’immancabile imbonitore che spolmona. Direte: dai, non è da questi particolari che si giudica una sfilata. No, mi oppongo e contraddico: il diavolo sta nei dettagli, questa colonna sonora lo evoca e dimostra. Con le parole di Pezzali mi domando “come mai, ma chi sarai, per fare questo a me”.
 

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