Ago 07 2017

Il sorriso del conte, Giovanni e gli elleni

Fotografia di Luigi Ghirri

Fotografia di Luigi Ghirri

Accade che a distanza di ben dieci anni il mio primo libro, Il sorriso del conte, faccia distillare a Giovanni una recensione che a ben vedere recensione non è: nel senso che del libro poco o nulla dice, ma di tutto quel che sta intorno sì, eccome. Già, son proprio queste variazioni magari un po’ enigmatiche (alla Elgar, s’intende) che mi conquistano quando si parla di libri. Che senso ha contar su alla spicciola quel che combinano personaggi e comprimari? No, andiamo oltre, mettiamoci in gioco: ecco, è proprio quello che fa Giovanni, che ringrazio e abbraccio di cuore.
 
 
“Leggete Il sorriso del conte, di Claudio Calzana, L’autore, un elleno, scrive in uno stile non sgradevole ….”. Possiamo rubare, storpiandolo alquanto, un incipit, dalla Biblioteca di Fozio, per raccontare di questo libro? Già, perché, la cosa strana che succede, quando si vuole parlare del Sorriso del Conte, è che si finisce invece invariabilmente a parlare di sé stessi e di ciò che ti piace. “L’autore, quindi, dicevamo è un elleno”: e qui uso questo termine anziché dire un pagano, perché mi sembra più aggraziato (termine questo che viene da Artusi, aggraziatelo con un po’ di ….). E dico che l’autore è un elleno, cioè non un seguace della religione prevalente, perché lo sguardo che rivolge al passato, dice sembra ombra di dubbio che in quel passato vi è del buono, che vale la pena di non dimenticare. Proprio come gli elleni, cioè i seguaci degli antichi Dei, quando il mondo antico volse al tramonto. Non mi sembra che nel libro si parli mai di religione, anche se uno dei protagonisti è un prete. Se dico che l’autore non è un seguace della religione prevalente, non sto riferendomi a questa o quella fede. Intendo dire che non mi sembra una persona che abbia nel presente una fiducia così assoluta, da non chiedersi se per caso altrove, non vi sia qualcosa che valga la pena di raccontare. Non vi è ombra di dubbio che il Calz qualcosa da raccontare ritenga di averlo trovato, guardandosi indietro. E anche questo lo pone, nella nostra immaginaria biblioteca di Fozio, in buona compagnia. Vicino ai tanti che, in così diverse forme, del passato avevano scritto, e che Fozio recensì.

Conosco il Calz da quasi quarant’anni al momento in cui scrivo, Forse il Calz nemmeno lo sa, ma ho persino assistito al suo esame di maturità. Non che me ne ricordi gran chè, io ero davvero piccolo allora. E non sapevo che il Calz avesse scritto dei libri. L’ho cercato per parlare di tutt’altro, ed ecco che mi salta fuori un romanziere.
È un problema, leggere un libro di qualcuno che conosci. E se poi non ti piace? Cosa gli racconti? E per giunta il Calz cadeva male. Già, cadeva in uno di quei momenti nei quali non mi riusciva di leggere quasi nulla. Aveva fallito persino uno dei miei mostri sacri, quell’Ammiano Marcellino (un elleno!) che, avrei giurato, fosse anche lui nella biblioteca di Fozio (forse c’è, e non l’ho trovato io). Per finire, cade sul Sorriso del Conte la mannaia di un giudizio perentorio della mia anziana madre, anch’ella conoscente del Calz: “È orrendo”, aveva detto, con la parlata senza mezze misure degli anziani, riferendosi al libro, che, preso in biblioteca, le avevo proposto. Quindi, Il sorriso del conte ce le aveva contro tutte. Leggo il primo capitolo qui a casa, non mi impressiona, mi perdo un po’ nella lunga lista dei personaggi, insomma, abbastanza distratto, lo metto da parte.

Parto a fine giugno per tre giorni di vacanza a Lignano con mio figlio ed un suo amichetto, e mi porto dietro Il sorriso del conte. E lì inizia il mio, di viaggio all’indietro. Perché a Lignano ci ero andato a 26 anni, e ora ne ho 52. E perché a Lignano, come dico scherzando al personale del campeggio, c’è da chiedersi se non sia passata la Santa Inquisizione. Che fine ha fatto la spiaggia più libera dell’Alto Adriatico? File di ombrelloni, famigliole, costumi castigatissimi, non più un angolo di spiaggia libera. E, sotto sotto, Il dubbio insinuante che, in realtà, a cambiare, fossi stato io, non la spiaggia di Lignano … Sei vecchio ormai …. Insomma, ce n’era a sufficienza perché la vacanzina andasse a finire davvero male, libro o non libro.

Mogio mogio mogio, da solo (i bimbi sono alla piscina), all’ombrellone assegnatomi dal campeggio, che manco riesco ad aprire (non c’è anima vicino a me), in ultima fila, la più lontana dal mare, come un ripetente a scuola, mi costruisco un mucchietto di sabbia per sedermici sopra (la schiena ….. mica ho più 26 anni) e … riprendo a leggere Il sorriso del conte di Claudio Calzana.

Di una cosa ho un ricordo preciso, ed è del cielo. Quello sì non mi aveva tradito. Ritrovavo lo stesso tono di blu cupo, quasi minaccioso, così tipico del Nord-Est, che sembrava perdersi, estendersi, all’infinito, oltre la linea della Bainsizza, nettamente delimitata, a destra, dalla tagliata di Naso di Monte Re (servizio militare, roba che non serve a nulla ….).

Con l’unica compagnia del blu di quel cielo, riprendo quindi a leggere. E in due pomeriggi arrivo alla fine. E qualche volta (non molte, ma diamine, sempre qualche volta) mi ritrovo anche a farmi delle gran risate (tanto vicino a me, vedi sopra, non c’era un’anima). Finisco gli ultimi capitoli troppo in fretta, perché voglio finire a tutti i costi, forse un po’ me li rovino con la fretta, non importa.

Non aspettatevi un capolavoro. Ha la sfacciataggine dell’opera prima. Dovessi a tutti i costi paragonarlo ad un altro libro, tirerei fuori uno che parla di partigiani, e il titolo del cui libro fa il verso ad una canzone fascista. Solo che, se dico del Sorriso del Conte che è come un libro di partigiani, etc etc, chi se lo legge più, Il sorriso del conte, in questa nostra epoca cosi assetata di facili distrazioni? Assomiglia, Il sorriso del conte di Claudio Calzana, a Primavera di bellezza di Beppe Fenoglio, perché entrambi i libri, con la sfacciataggine dell’opera prima, non cercano di nascondersi. Dicono come la pensano, e tant’è. Sta a voi decidere se vi siano piaciuti o meno, ma non c’è dubbio che entrambi i libri abbiano detto fino in fondo quello che avevano da dire, fino alla morte di Johnny, che si gira, vede cadere la bomba a mano del sergente Modica (si chiamava così? Vado a memoria) e le sorride, come Leonida (un elleno!) sorrideva guardando i Persiani avanzare. Come il Don del Sorriso del Conte, che si ritrova nei panni dell’amico morto, nella ricerca che occupa gli ultimi capitoli del libro.

E quindi Il Sorriso del conte a me è piaciuto. L’ho letto di getto, di slancio, di voglia di leggerlo, di una voglia di leggere che non provavo da mesi. Mi ha messo voglia di leggere altro, del Calz o di altri. Ho letto di tutto da allora, non ve ne faccio la lista – avevo iniziato – perché sarebbe davvero curiosa.

“Leggete, dunque, Il sorriso del conte di Claudio Calzana. L’autore, un elleno …..”. Quasi scordavo, del libro non vi ho detto pressoché nulla. Vi avevo avvertito, del resto, che, a parlare di questo libro, si finisce invece a parlare di sé. E, in ogni caso, mica vorrete che vi rovini la sorpresa, no?
 

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Lug 30 2017

Frontespizio e recensioni

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E poi c’è chi condensa sul frontespizio la sua recensione al mio ultimo romanzo. Betty appartiene a buon diritto alla peraltro folta schiera dei lettori creativi e generosi. Grazie infinite, Betty.
 

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Lug 03 2017

Paolo Villaggio, il tragico Fantozzi e l’appendicite

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Per me Paolo Villaggio c’entra con l’appendicite. Cioè più precisamente Fantozzi, che poi, a ben vedere, lui e il suo autore sono un’unica e indissolubile questione. Uno gnommero, direbbe Gadda. Correva l’anno 1974, vengo ricoverato e sfettato come si conviene: diversi punti di sutura, ai tempi non è che si badava a spese. Ebbene, sempre come si conviene vengono a trovarmi parenti e amici. I quali ultimi, con una discreta perfidia diciamo, mi portano in dono nientepopodimenoche il “Secondo tragico libro di Fantozzi”. Il primo l’avevo divorato tre anni prima, il secondo era fresco di stampa, mi ricordo bene.
Il primo giorno ero ancora piuttosto rimbambito e di libri proprio non avevo voglia. Il giorno appresso invece ero pronto, e lì ebbe inizio una delle battaglie più memorabili della mia carriera di lettore: leggo qualche riga e subito mi viene da scompisciarmi. Ma non si può, avete presente i punti a graffetta che si usavano una volta? Altro che oggi con il refe che manco si vede e, a un certo punto, magicamente scompare. No, punti belli in vista con cerottone d’ordinanza e benzina medica. A ogni sussulto un male cane. Insomma, leggo tre righe, soffoco le risate, mollo la presa. Riprendo perché il libro è intelligente e divertente al tempo stesso: ma il rischio è alto. Il dottore mi dice che libri così non è il caso. Non adesso, perlomeno. Non ancora. “Ci manca anche di ridere dopo un’operazione a punti”. Sembrava che parlasse di un concorso a premi, e invece.
Fatto sta che per quel giorno niente libro. Lo lascio lì sul comodino, tra i Pavesini e il sale. Ma la sera tardi non ce la faccio: il compare di camera dorme della grossa, io accendo il lume e parto a leggere convinto. Trattengo qualche risata, mi soffoco quel paio di volte, tutto sommato la lettura procede senza scossoni. D’altronde se non hai sonno… Ma a un certo punto, punto vigliacco diciamolo subito, il Fantozzi Ugo nonché Villaggio Paolo colpisce con una battuta fulminante, se non ricordo male c’entrava il Grand’Uff. Lup. Mann. nell’ufficio megagalattico. Ecco: lì non ce l’ho fatta più, sono esploso in una risata che, nell’ordine, ha svegliato il russante e soprattutto liberato una graffetta dei punti, che è saltata via aprendo un angolo della ferita.
Ecco, per me Paolo Villaggio è anche il segno che mi porto dietro da oltre 40 anni: la ferita ha una specie di scarto, è qui da vedere. Potenza della risata, potenza della vis comica. Villaggio ha fatto un film con Fellini e uno con Olmi, ha vinto un Leone d’Oro alla carriera nel 1992, ma forse per i libri meritava qualche riconoscimento in più. Anzi di sicuro. In Russia nel 2012 gli avevano conferito il premio Gogol. Ecco, appunto, Gogol, quello del Cappotto. Roba eterna: proprio come lui, Villaggio, che da anni parlava di sé al passato remoto. “Io fui”, diceva di sé. D’altronde, se il mondo attorno è questo qui tanto vale trapassare in anticipo. Cosa che lui fece, anni fa, senza dare nell’occhio. Proprio come quando sosteneva che il Natale lui lo festeggiava a ottobre perché veniva meglio, visto che c’era decisamente meno confusione in giro.
 

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Giu 30 2017

Che stile, parola di Marina!

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I miei lettori sono davvero unici. Prendete Marina: incontra per caso un mio libro e rimane conquistata dallo stile. Si legge tutti gli altri e li consiglia con una passione contagiosa. Al punto che un suo collaboratore ha inserito sul desktop una citazione dal mio Sorriso del conte. Anche di questo vado fiero, Marina. Grazie di cuore, grazie davvero. [ccalz]
 
 
 
Ho scoperto Claudio Calzana quasi per caso e ne sono rimasta folgorata. Lo stile mi ha conquistato dalla prima pagina, anche se la prima pagina non è stata quella de La cantante, sua ultima fatica letteraria, bensì quella del libro d’esordio di questo autore bergamasco, Il sorriso del conte.
E allora perché parti dalla fine? vi chiederete voi! Perché non è una vera fine, nel senso che se è vero che quest’ultimo libro completa una trilogia iniziata con Esperia e proseguita con Lux, è pur vero che la trama non solo ha vita propria, ma cattura subito il lettore con la prosa scorrevole e la tecnica narrativa caratteristiche di Calzana. In questo senso La cantante diventa l’inizio, lo spunto per consigliare l’intera bibliografia dello scrittore.
Pur essendo fra loro collegati, ogni romanzo non è il seguito del precedente e quindi il lettore può scegliere da quale iniziare; sappiate però che sarà difficile leggerne uno solo: una volta catturati dalle avventure dei quattro strampalati protagonisti della saga, improbabili eroi di una Bergamo d’altri tempi, la curiosità e il piacere di una lettura colta e al contempo divertente, ironica e allusiva senza essere volgare, leggera ma mai banale, vi spingeranno a desiderare che il racconto non abbia termine. Come mi ha detto un amico proprio oggi, “l’unico difetto dei libri di Calzana è che finiscono!”.
Emozioni e anche qualche commozione, sorrisi e vere e proprie risate in un registro linguistico che, seppur più elevato, rende perfettamente la parlata, i caratteri e gli umori della Bergamo e dei bergamaschi di quell’epoca, ma forse anche di questa epoca, dato che certi aspetti umani e culturali sembrano non subire il trascorrere del tempo. L’immediatezza del linguaggio e la sequenza incalzante della narrazione non ostacolano la percezione che alla base delle finzione narrativa vi è una lunga e accurata ricerca storica, riconoscibile nei fatti documentati che fanno da sfondo alle peripezie dei protagonisti.
Primo romanzo della serie è Esperia, con i fratelli Carlo e Dante Milesi che insieme al Romeo Scotti e allo Spiridione Curnis (l’articolo determinativo davanti al nome è d’obbligo!), si ritrovano agli inizi del novecento alle prese con un’ardua rivincita nei confronti di Buffalo Bill, realmente di passaggio a Bergamo con il suo circo americano, oltre che con l’entrata in scena della prima automobile costruita proprio a Bergamo. In Lux, ambientato una quindicina d’anni dopo, la combriccola si misura con il sogno del Sinemà, Cinema pronunciato alla francese perché proprio da Parigi, anni dopo la sua enigmatica e sospetta sparizione dalla città orobica, ha fatto ritorno il Curnis con un borsone pieno di… chi leggerà vedrà!
Infine eccoci a La cantante, pubblicato lo scorso aprile: in una Bergamo alle prese con riti, istituzioni e macchiette del regime fascista, i quattro amici si ritrovano, incredibilmente, fra gli organizzatori della prima edizione del “Circuito delle Mura”, storica gara automobilistica che vede al suo esordio nel 1935 il trionfo del Nivola, il grande Tazio Nuvolari. Perché un libro che parla di automobili abbia un titolo come questo sta al lettore scoprirlo.
Chiudo dicendo che in questo universo maschile le donne protagoniste dei romanzi di Calzana non sono secondarie alla storia, anzi! Non solo l’autore le rappresenta comprimarie agli uomini, ma la caratterizzazione che ne fa rende le figure femminili – dalla nonna Nèta alla nipote Esperia, fino alla piccola Mara – degne di riguardo e ammirazione, offrendoci la discreta immagine della superiorità pratica e talvolta anche morale di una generazione di donne che, ammettiamolo, non hanno certamente avuto molta “voce in capitolo”.
 

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Giu 26 2017

E Il Giornale di Brescia…

Opera di Mario Sironi

Opera di Mario Sironi


Sì, Il Giornale di Brescia si aggiunge alla lista delle recensioni alla mia Cantante. Lo fa con la firma di Claudio Baroni, che giustamente ricorda come le auto, Mille Miglia in testa, a quei tempi fossero faccenda dei nostri vicini di casa. Per poi elogiare il mio lavoro, e di questo davvero lo ringrazio. Buona lettura.
 

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Giu 25 2017

Quattro eroi con il superpotere più importante

Il capo Sioux Eddie Plenty Holes in un'immagine del 1899.

Il capo Sioux Eddie Plenty Holes in un’immagine del 1899.


Stefano di soprannome fa Lakota, evidente omaggio ai Sioux. O perlomeno così immagino, visto che lo conosco giusto perché da sempre legge i miei libri, e quel che vi trascrivo a seguire ne è la riprova. Belle parole, soprattutto il finale, devo dire. Grazie, Stefano, ancora una volta hai saputo colpire nel segno. [ccalz]

Ciao Claudio, ho appena finito di leggere “La cantante”. Premetto che prima di leggerlo non ho guardato nessuna recensione, volevo affrontare la lettura a mente sgombra… Sin dalle prime righe mi sono ritrovato in quel mondo ormai perduto (purtroppo…), dove i nostri si muovono con disincantata disinvoltura, con qualche anno in più, ma con la voglia di fare qualcosa di grande, di epico con la stessa voglia di sempre, con quella complicità che va oltre al tempo e all’età. E questa volta, grazie alla loro sfrontatezza (o incoscienza) ci sono riusciti, in parte grazie all’aiuto “volontario” del conte Salani (del quale conosciamo bene il sorriso…).
Insomma un’altra grande avventura, dove vari sentimenti si incrociano e si rincorrono, ma che comunque accompagnano noi lettori fino alla conclusione della storia che per quanto mi riguarda arriva sempre troppo presto.
Un’ultima considerazione, oltreoceano hanno Superman, Spider man ecc. con i loro superpoteri, tu ci hai regalato quattro eroi con il superpotere più importante: l’umanità con tutte le sue sfaccettature.
Stefano
 

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Giu 16 2017

La cantante per Maurizio Buscarino

Fausto Pirandello, La lettera (1929). Collezione Iannaccone.

Fausto Pirandello, La lettera (1929). Collezione Iannaccone.


 
Che dire? Quando arrivano letture critiche come quella di Maurizio Buscarino uno si sente subito a casa. A casa come scrittore, perché il grande fotografo ha davvero cesellato il mio mondo narrativo, e senza limitarsi al mio ultimo romanzo, no, se li è letti proprio tutti. Storie della nostra gente, memorie altrimenti perdute: così mi immagino quel che scrivo. Scrive Buscarino: “I tuoi libri li ho letti come canti di un’epica divertente e coinvolgente, in cui però si sente, passo dopo passo, un sedimento fondo su cui poggiamo, forse senza rendercene ben conto”. Grazie, Maurizio.
[ccalz]
 
 
 
 
 
Caro Claudio,
con, in ordine sparso di apparizione e di lettura, Lux, Il sorriso del Conte, Esperia, La cantante.
Da ragazzo, per me, Buffalo Bil era un viso pallido fetente che andava in giro a massacrare bufali e indiani. Piuttosto ero amico di Capitan Miki. E avevo ragione. Noi tenevamo agli indiani. E siccome io vedo giusto, vedo la spedizione dei tuoi eroi per rubare la cassaforte nel fortino come una risarcitoria scorreria predatoria, per quanto comica, dei Nostri nei confronti dell’invasore americano Yankee, astratto, luccicante e biondastro. Nei tuoi libri gli indiani sono quelli che abitavano il nostro leggendario villaggio, carico come un villaggio globale, di pompe sanguigne, di scaltrezza e ingenuità, di relazioni, di sfide, cibi, affari, intrecci, amori, invenzioni, meccanici, preti e p… (Giorgio Bocca in illo tempore), insomma di vita, che abitavano (abitano ancora?) nella riserva cintata e combattiva prealpina.
Le tue storie mi arrivano con un’eco di racconti che da bambino sentivo nelle riunioni familiari, nella casa di zia Elisa; racconti non rivolti a noi bambini, ma storie tra i grandi e dei grandi, alcune dette sottovoce, di persone e avvenimenti, in un tessuto – questo intendo per eco – di drammatica allegria per la vita. Ma anche di storie della zia Palmira, magra, alta, severamente vestita di nero, che però si rivolgeva a noi piccoli, terminando sempre con un pastì e pastù, n’è restat gna ű bucù.
E non ho potuto fare a meno di riconoscere, o credere di riconoscere, luoghi, vie, personaggi, il cinema Ariston in via del Nastro Azzurro accanto alla Camera del Lavoro, il pianista cieco Signor Pio che abitava vicino a noi, e… la Villa delle Rose… Ogni capitolo delle tue storie è l’annuncio di qualcosa che deve accadere…
Così, nel mio formicolio mentale di lettore, nel finale della tua messa in scena, alla fine del suo “incantevole e patetico” percorso della vita, il tuo Conte sorride – c’è anche un sentore di sfida – imboccando il tunnel che porta alla Luce e, in quell’esalare, mi è sembrato di sentire un fievole e sospirato …pòta! E a me, alle due di notte, gli angoli della bocca si sono rivolti un po’ all’insù.
La tua scrittura è allo stesso tempo espressiva e singolare, in una lingua scostata da quella letteraria standard, con i colpi del dialetto e le tirate in latino ecclesiastico. L’invenzione delle tue storie mi ha riattivato le connessioni, antiche ma sempre presenti, con il mondo in cui si svolgono e, insieme, sono invenzione della lingua di quel mondo, una lingua – almeno così mi pare – estremamente cesellata nel quotidiano, così fortemente costruita da darmi il sentore di una sorta di lingua mitica del paesaggio umano che descrivi. I tuoi libri li ho letti come canti di un’epica divertente e coinvolgente, in cui però si sente, passo dopo passo, un sedimento fondo su cui poggiamo, forse senza rendercene ben conto.
Qualcuno che studia dice che probabilmente le storie, come i sogni, non servono a niente, perlomeno a niente di grave, ma servono – e questa sarebbe la misteriosa necessità umana – ad accendere neuroni e sinapsi. Praticamente servono allo sballo.
Grazie Claudio
 

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Giu 15 2017

La cantante e La Prealpina

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Il magazine de La Prealpina di Varese ha pubblicato una bellissima recensione della mia Cantante. La firma, prestigiosa, è quella di Mario Chiodetti, giornalista, scrittore, fotografo e già che ci siamo collezionista di rarità d’epoca. Un grazie al recensore, un invito a voi per una lettura critica di pregevole fattura.
 

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