Set 26 2016

Di questi giorni e quelle foto

Archeologia industriale Di questi tempi mi sto dilettando di fotografia. Mi si dirà: ma come, non ti basta la scrittura? Sì che mi basta, o forse no, nel senso che la fotografia, quella vera, è il concentrato di una storia, quindi c’entra eccome con la mia arte prevalente. Preciso: una bella fotografia è una storia possibile, non necessariamente vera, o esplicita, o reale, ma che un narratore potrebbe portare a parola e compimento. A volte penso persino, ma questa tenetevela per voi, che prima della creazione, o del big bang fate vobis, ci fosse giusto e solo una fotografia, una specie di storia immobile, che poi chissà chi ha sviluppato in pondere, numero et mensura.
Adesso che ci penso, da ragazzo fotografavo con passione in un rigoroso bianco e nero. Una macchinina semplice, niente reflex, poco più di una scatoletta. La prima riflessione è che allora ci voleva del tempo prima di vedere quel che avevi combinato. Cioè si rimaneva sospesi qualche giorno anche solo per i minimali, ovvero le immagini di piccolo formato, per poi decidere quali tra le 36 del lotto meritassero la stampa. Per accorciare i tempi, a un certo punto mi son messo a stampare da me, ho ancora nel naso l’odore dell’acido, nelle mani le pratiche dalle bacinelle alla smaltatrice.
Oggi, nell’epoca dell’istante che abolisce l’attesa, e dunque annulla il desiderio, ho ripreso daccapo. Scatto con il cellulare perché come recita il mio profilo Instagram: “Non sono fotografo, al massimo scattista”. Ma per evitare il rischio di far foto a vanvera, mi ispiro a un certo qual principio di economia, cioè mi muovo con l’indole del flaneur di tanta letteratura: un po’ perdigiorno senza meta, un po’ pronto a lasciarmi colpire da questo o quel passaggio di città, da questa o quella porzione di vita. Mai neutro, anzi ricettivo a quel che mi emoziona o sfida. Proprio come una camera oscura, o la pellicola del tempo che fu, mi immagino di accogliere la luce e le sue mirabili visioni.
 

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Set 17 2016

Che si regala a un presidente?

Opera di Gianfranco Ferroni

Opera di Gianfranco Ferroni

Era il 6 maggio del 2003 quando il presidente Carlo Azeglio Ciampi venne a Bergamo. Ma la visita era cominciata molto prima, con una valanga di preparativi e questioni di sicurezza che vi risparmio. Potete immaginarlo, non è che un presidente della Repubblica esce di casa e se ne va a fare un giretto dove gli ghiribizza sul momento.
Ebbene, il mio ricordo di quel giorno è legato al regalo che L’Eco di Bergamo fece al presidente. Le regole dettate dai prefetti del Quirinale erano e probabilmente ancora sono ferree: niente regali ad personam, si omaggia all’istituzione, non all’uomo; guai a esagerare col valore, si creerebbe imbarazzo; bene il simbolico, ma mi raccomando niente di colorito o eccessivo. Insomma, che fare?
Ci pensavo e ripensavo, e non mi veniva in mente niente di risolutivo. Un giorno, qualche settimana prima della fatidica data, ero in coda in autostrada sotto una pioggia scrosciante, di quelle che il tergi fa fatica a scansare. E proprio lì, chissà perché, l’illuminazione: “Ferroni!” gridai come se ci fosse in banda qualcuno disposto ad ascoltare. Sì, Gianfranco Ferroni, il grande pittore nato a Livorno, proprio come Ciampi, e vissuto a Bergamo per parecchio tempo, fino al 2001, anno della sua scomparsa. Preso da onesto furore, il giorno appresso mi fiondo dall’Arialdo Ceribelli, il gallerista, che di Ferroni era amico e ancor oggi è collezionista e custode. Scelgo due opere meravigliose, ritoccate a mano dall’artista.
L’idea piace al giornale, il prefetto romano nicchia, sostenendo che insomma il fatto che l’artista fosse di Livorno va a significare che forse l’omaggio va più al’uomo che al presidente… Ma ci manca anche che lo sto a sentire: si va avanti, tutto è deciso: quel 6 maggio in redazione il presidente riceve in dono una tela di Ferroni. Ciampi conosceva l’artista, ma non sapeva che fosse vissuto a Bergamo. E’ il giusto legame, l’artistico ponte tra le due città e storie di vita. Appare felicemente sorpreso, particolarmente colpito dalla tenace e insieme delicatissima poetica del suo conterraneo.
Io me no sto tre passi indietro, mi capita sempre così quando succede qualcosa di speciale: meglio gustarsi la scena alla giusta distanza, così raccogli giusto l’intero. Ricordo che in quel mentre decisi di acquistare l’altro quadro, il gemello: tredici anni dopo ancor spicca tra le mie cose più care e migliori.
 

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Ago 24 2016

La terra trema

Un fotogramma dal film di Luchino Visconti (1948)

Un fotogramma dal film di Luchino Visconti (1948)

“La terra trema”: così intitolava Luchino Visconti il suo film tratto dai Malavoglia. E purtroppo la terra ha tremato ancora, stanotte, seminando lutti e disperazione in Centro Italia. Che la terra tremi, che tutto ci crolli intorno è forse una delle peggiori esperienze che possano capitare, perché ne va delle nostre certezze elementari, di quello che diamo per scontato e certo: il terreno sotto i piedi, il tetto sulla testa, la speranza che non si aprano varchi, o ferite.
Nell’80 mi sono trovato in uno scenario da post terremoto, in Irpinia, e ho ancora negli occhi quelle scene, quei paesi collassati su se stessi, il corteo delle bare, le lacrime infinite. Nel’esprimere vicinanza a chi oggi soffre, rimando al post dove ho raccontato quella mia esperienza di ventenne e volontario.
 

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Lug 18 2016

Viveka, la linea e la vita

IMG_0190 Qualche mese fa, durante un breve ricovero all’ospedale papa Giovanni di Bergamo, un’opera d’arte della collezione Tube One mi aveva particolarmente colpito: all’autrice, Viveka Assembergs, scrissi che trovavo la sua Linea della vita “semplicemente bella, consapevolmente fragile, dolcemente magica. Convivono in essa caso ed eleganza, forma e abbandono, pensiero e meraviglia. La figura osa un passo, magari danza: in equilibrio tra quei rami, offre loro senso e precisione”.
 
Ebbene, la scorsa settimana qualcuno ha deturpato l’installazione: così, per elementare vandalismo, suppongo. Non commento, non ne vale la pena. Preferisco raccontarvi la reazione dell’artista, che si è seduta dinanzi alla sua opera ferita. E ha scritto: “Se ne va una parte di me… quindi metto tutta me stessa. Provate a portarmi via”.
Con quel gesto, qui documentato dalla fotografia di Manuel Bonfanti, Viveka si è fatta Linea della vita, il tutto (l’artista) si è fatto parte (l’opera). In retorica questo procedimento si chiama metonimia. Mettendoci il suo corpo, Assembergs ha creato una nuova installazione al posto di quella oltraggiata. Prendere il posto, procedimento retorico per eccellenza.
 
L’artista non perdona l’atto incivile, no, meglio: lo redime e sublima. Ovvero ci offre un assaggio d’infinito: infinito che sarà inarrivabile, ma non impercettibile. E al contempo Assembergs ci mostra che sa andar oltre la semplice denuncia per lo sfregio alla sua opera, ovvero sa dar vita alla sorpresa: “Noi aspettiamo questo e siamo sorpresi da quello”, scriveva Wittgenstein. La sorpresa è la mossa che l’artista sa giocare oltre ogni semplice attesa, oltre ogni sterile scacco. Ma dar vita alla sorpresa costa fatica, è ossessione e tormento. L’arte è un dio crudele, non concede tregua, esige sacrificio e passione. Ecco perché, a risarcimento minimo per quanto le è occorso, offro a Viveka e alla sua arte le parole di Valery: “Perché mi divori, se ho previsto la tua zanna?”.
 

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Giu 30 2016

Selfismo e altrove

IMG_0189 Marta ha commentato il mio post dedicato all’installazione di Christo usando il termine selfismo. E in effetti già la rete registra l’espressione, ne discute tra apocalittici e integrati.
Tre spunti, per gradire: uno, nel selfie ci vedo il fatto che ti sdoppi. Sei in un certo posto, stai vivendo quella specifica esperienza, e lo devi far saper ad altri, che stanno altrove. Quindi sei qui ma anche altrove, ovvero, filosoficamente: non sei né qui né altrove.
Due, più che di autoscatto – ve lo ricordate il timerino delle vecchie macchine fotografiche e via di corsa in posa? – per i selfie proporrei il termine autoscarto. Cioè mi scarto da solo, mi ritaglio e incornicio da me con la complicità del cellulare. Non vivo quel che ho qui attorno e vicino, piuttosto mi isolo dal mondo circostante, dall’esperienza viva, dall’emozione tangibile.
Terzo, il massimo sono quelli che si autosca(r)tano allo specchio, cosicché vedi e loro e il cellulare in azione, delle volte persino il lampo del flash.
Una volta in rete ne ho beccato uno che si è fotografato tra due specchi, moltiplicando l’imago all’infinito: perso in una rete di rimandi, il soggetto si rifrange in porzioni via via sovrapposte, in una prospettiva ripetuta e affranta. E’ un esserci che raffigura un perdersi, un qui che vale per altrove, o forse ovunque. Una dolente dialettica per cui il quadro vale meno della cornice che lo ospita e protegge, dimentico del mondo e le sue voci.
 

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Giu 20 2016

A spasso con Christo

images Diciamolo subito: invece di unire, questa passerella sul lago divide. Pro et contra si sprecano, e già questa esibita dialettica rende questa installazione un’opera d’arte. Perché un ponte che divide è arte: basta l’ossimoro, dai. Detto questo, un’opera d’arte siffatta non sarebbe completa senza senza coloro che la vanno a percorrere e selfare: tutti in fila sulla passerella che divide prima di unire, o unisce dividendo, fate voi. In fondo la vera arte deve far discutere, offrire molteplici opzioni, altrimenti sai che noia. Mi viene in mente lo zerbino di Cattelan, che rappresentava il Belpaese: in quanto opera d’arte non ci dovevi pulire le scarpe, in quanto zerbino volendo sì. Io ero per l’arte, mio figlio, allora avrà avuto 7-8 anni, decise per lo zerbino praticandolo a piedi uniti. Il guardiano saltò su ululando, sono ancora convinto che se Cattelan fosse stato presente avrebbe parteggiato per mio figlio. Già che siamo in argomento, ricordo anche il basamento di Piero Manzoni con la scritta al contrario, “Base del mondo”, perché secondo l’artista milanese il monumento era – e forse è ancora – il mondo intero. Ammettiamolo, ci vuole del genio per capovolgere un piedistallo.
 

Piero Manzoni, Base del mondo, 1961

Piero Manzoni, Base del mondo, 1961

In ogni caso, non rinuncio a darvi il mio modestissimo parere sull’opera di Christo: se fossi stato in lui, avrei tirato su tutto quel molo colorato per farci un giretto da solo: magari accennando qua e là un passo di danza, in ricordo dell’amatissima Jeanne-Claude. Come si conviene a una vera opera d’arte, avrei “dipinto” chilometri di tela coi miei passi. Ma una volta sola e poi si smonta, buona l’unica e la prima: tenendo tutti gli altri a debita distanza, immancabilmente sparsi tra natanti e colline, velivoli e droni.
 

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Giu 18 2016

Vent’anni dopo

bill-gates
Già, sono passati ormai vent’anni da quando, ancora insegnante, iniziavo un’avventura che mi avrebbe a tutti gli effetti cambiato la vita: la realizzazione di un Cd-Rom insieme alla mia classe, la terza D del Liceo Classico Sarpi di Bergamo. Ricordo bene quell’avventura, le continue scoperte (i ragazzi ne sapevano più di me), le sorprese (per dirne una, Erri De Luca che risponde alle nostre domande), l’incredibile finale (noi che vinciamo il primo premio assoluto a livello nazionale e chi ci premia è niente meno che Bill Gates). Se vi interessa saperne di più, oggi una pagina de L’Eco di Bergamo ricorda quella meravigliosa storia: mi fa piacere condividerla con voi.
 

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Mar 22 2016

Lux, non ve ne pentirete!

Achille Funi, Autoritratto

Achille Funi, Autoritratto


Un lettore, o forse una lettrice chissà, recensisce il mio Lux sul sito Libreria Universitaria. Scrive tra l’altro M. Lodetti, che ringrazio infinitamente:”Su tutto una prosa vivacissima, ripresa dal parlato, nella tradizione dei grandi autori lombardi. Insomma, un libro che merita di venir scelto e regalato. Non ve ne pentirete!” Ecco il testo completo della recensione.
 

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