Gen 11 2018

E sabato 13 gennaio tocca a San Sebastiano

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Lo so che l’aspettate con trepidazione… Ebbene sì, ve lo confermo: sabato 13 gennaio L’Eco di Bergamo pubblicherà la seconda puntata della mia rubrica settimanale dedicata alla mostra “Raffaello e l’eco del mito”, che aprirà i battenti il 27 gennaio in Accademia Carrara. Per la prima uscita ho ricevuto parecchi complimenti, spero che anche il secondo articolo sia degno della vostra attenzione.
 

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Gen 03 2018

Un regalo e dal 6 gennaio… Raffaello!

St_Michael_Raphael Cominciamo da un regalo, cari lettori: il mio racconto natalizio qui nella versione pubblicata da La Provincia. A seguire, una segnalazione che spero vi faccia piacere: a partire da sabato 6 gennaio per L’Eco di Bergamo terrò una rubrica settimanale dedicata a Raffaello in occasione della mostra che si aprirà in Accademia Carrara il 27 del mese. Chiarisco che non sono un critico d’arte, men che meno un esperto del periodo o un chissà qual specialista. No, semplicemente vorrei raccontare i dipinti per come li vedo io, per quel che mi suggeriscono, sperando di coinvolgervi e spronarvi a visitare una mostra che, dai quadri che ho potuto sbirciare, si annuncia davvero ragguardevole. Insomma, leggetemi e fatemi sapere, sono curioso di sapere come vi sembro in questa nuova veste.
 

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Dic 15 2017

Un mio racconto per Natale

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Proprio così, cari amici e lettori. Domenica 17 dicembre l’inserto natalizio de L’Eco di Bergamo ospiterà un mio racconto, illustrato da Francesca Capellini. A ciascuno di voi i miei migliori auguri di buone feste e felice anno nuovo.
 

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Dic 03 2017

Il disco della Fougez

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E’ da poco in libreria un libro che mi è piaciuto al punto di redigerne con entusiasmo la prefazione. L’autore di questi racconti è Mario Chiodetti; il titolo, bellissimo, Il disco della Fougez; la copertina, preziosa, di Franco Matticchio. Lo si può richiedere all’editore, Alberto Palazzi (alberto.palazzi@libero.it). Due le presentazioni saranno: venerdì 8 dicembre, ore 17, alla Sala Consiliare del Comune di Gavirate in via De Ambrosis, e sabato 9 dicembre alle 17 in Galleria Ghiggini, via Albuzzi 17 a Varese. Segue la mia prefazione, magari vi fa venire l’acquolina in vista dei regali di Natale.
 
 
 
 
Non è certo un caso se il primo movimento di questa silloge di Mario Chiodetti volge lo sguardo all’indietro, rievocando le peripezie di nonno Bartolomeo: la dignità operaia e la manualità demiurgica sono i valori dell’avo conosciuto soltanto attraverso immagini seppiate.
A seguire, il misurato ritratto del padre: «Ogni parola, ogni gesto, ogni atto ha la sua misura, niente è superfluo o forzato. I giornali, il pane e la frutta, il buon vino, la carta e la penna, il denaro contante, i sandali di cuoio, cose solide, vere, compagne di tutti questi anni, insieme ai ricordi, al suo orologio Omega, alla vecchia Bmw tirata a lucido dal carrozziere e alla piccola radio Philips degli anni ’50 che tiene sul comodino da notte. Valori guadagnati».
A questa nostra epoca, che tutto gode e nulla stringe, l’Autore preferisce un’epica semplice e bella, semplicemente bella.
Cambio di ritmo: ecco il motivetto allegro di mamma Ebe, che con la sua Vespa ne combina di ogni, dopo aver barattato la filosofia con il grembiule nero della banca. L’immagine di lei che sfreccia per la via stilla libertà da tutti i pori. Libertà, forse la vera stella polare del nostro narratore.
L’ouverture di questo libro prezioso e talismano si rivolge dunque al passato, l’unica dimensione che può regalare conforto a questo nostro mondo frettoloso e insieme dannatamente pigro. Di suo, Chiodetti si raccomanda «alla saggezza dei vecchi e dei gatti e a milioni di parole e note musicali filtrate dai secoli».
Nei racconti di natura e avventura sono gli uccelli ad avere il sopravvento. Liberi e regali nel fendere la luce, richiamano la madre in Vespa, lievi come sono di vita e di mistero. Con un passo più meditato rispetto a quello dell’amatissimo Linati, l’Autore ritrae in modo magistrale l’ambiente e l’occasione: «Seduto, aspettavo l’abbaiar delle oche e pensavo a quanta bellezza avessi intorno e a come la vita questa volta fosse lì, vicina, nell’isola ritrovata dei passati misteri, quando altri uomini sbarcavano dopo anni di mare, nascondendo tesori nelle fondamenta delle chiese».
Nel mondo di Chiodetti, al tempo stesso magico e mite, i saltamartini hanno le movenze degli archi dei Berliner. Qui tutto si tiene: il pescatore che frusta l’aria con la canna e i quadri di un De Bernardi o Calderara; le mani sapienti di chi resuscita una Ganna d’epoca e il do di petto dell’Esultate; i 78 giri in gommalacca e un gatto che ancheggia verso il cibo, indolente e sussiegoso.
Ci vuole orecchio, direbbe Jannacci, anzi parecchio. Non a caso «quando Delio Tessa scriveva ascoltava la radio, dalle sue prose esce la voce di Rabagliati, del Trio Lescano e di Silvana Fioresi».
Certo, a volte capita di smarrirsi tra i mille rimandi, segni e bagliori. Allora è buona norma invocare degli angeli custodi, che talvolta accorrono in quantità industriale: così forse si spiegano i diecimila dischi che il Nostro ha per casa, le quattordici librerie, i grammofoni, le foto, gli spartiti. E al netto di una buona dose di gatti e di mistero, tra gli indispensabili compagni di vita indomito s’avanza Marcomauro Tomboletti, un tipo così sghembo da fare e farsi danno a ogni passo. A cominciare dalle feste comandate, l’incubo di coloro che non sanno disinnescare gli obblighi sociali, per tacer di femmine procaci e indifferenti.
Si sorride, ma sullo sfondo la domanda resta inevasa: come ci si libera dai lacci di un’epoca come la nostra, così egoista e sciagurata? Una modesta proposta: proviamo ad affidarci al «fiato originale» di questi racconti; e alla certezza dell’Autore, forse minima ma esatta: «Mai c’è solitudine, per chi sa amare davvero».
 

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Nov 09 2017

Quando un Santo non basta

La ricorrenza è appena trascorsa, ma il quesito rimane: chi è il Santo patrono dei professori? Sorpresa: la categoria di Santi ne ha ben tre. Dai, il sospetto che uno non bastasse vi sarà pur venuto durante qualche soporifero collegio docenti o nel bel mezzo di una partita di Ping Pon (che poi sarebbe il Programma Operativo Nazionale del Ministero dell’Istruzione). L’unico che avrebbe potuto reggere la parte da solo è san Francesco, che però quale patrono d’Italia di grane ne ha più che a sufficienza. Ma veniamo ai tre Santi in questione. I maestri celebrano Cassiano (13 agosto), che nel terzo secolo insegnava a leggere e scrivere, grammatica e sintassi. A crudele contrappasso, gli aguzzini obbligarono i suoi scolari a incidere con lo stilo la pelle del maestro fino a provocarne la morte. Gli insegnanti invocano Giovanni Battista de La Salle (7 aprile), nato a metà ’600 da famiglia agiata. Decide di fare il prete, e va bene, ma chi glielo fa fare di donare tutto ai poveri e di dedicarsi agli orfani? È considerato il fondatore delle scuole elementari e professionali, dove prescrive l’insegnamento in volgare. E gli educatori? Pregano don Giovanni Bosco (31 gennaio) – detto il «prete pazzo» per le innumerevoli attività sociali – che a soli cinque anni sognò di trasformare le piccole «belve» in figli di Dio. Pensateci: la lettura figurata del martirio di Cassiano più di qualche spunto lo regala; la scelta di Giovanni Battista de La Salle a favore del volgare spira buon senso a profusione; quanto a don Bosco, il suggerimento che gli fece Cottolengo di procurarsi una veste di stoffa più resistente, «perché molti ragazzi si appenderanno a questo abito» a qualcuno può suonare familiare. Sì, decisamente servono tre Santi all’onesto professore, che deve farsi uno e trino: maestro, insegnante, educatore.

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Nov 04 2017

Oltre Manica, altra manica

download Dai, oggi mettiamo in fila tre-quattro notizie neanche troppo recenti dal mondo della scuola per provare a capire clima e tendenze. Oltre Manica: dopo i pessimi risultati degli esami, il nuovo preside della Great Yarmouth Charter Academy di Norfolk spedisce nella detention room – una specie di cella – coloro che masticano chewing gum o non indossano l’uniforme come si deve. Sulla stessa linea, all’Itsos Albe Steiner di Milano gli indisciplinati devono zappare il terreno sul retro dell’Istituto. Risultato: ortaggi gratis per tutti.
Altra manica: in quel di Varese, una docente di matematica è indagata per aver dato 9 a tutta la classe, della serie ragazzi vi voglio bene. Pare non avesse proprio svolto il programma, e già che c’era men che meno interrogato: da qui il premio a zittire la platea.
Infine, la ministra Fedeli si è detta favorevole all’uso degli smartphone nella didattica. E qui siamo alla terza via: non punire a capocchia, non premiare a vanvera, ma consentire a prescindere. La mia idea? In breve: promosso con riserva il “chi la fa la zappi”. Bocciati il modello inglese, la profe di Varese e pure la ministra. Perché? Perché si tratta di tre forme di resa complementari e convergenti: l’educazione può infatti compiersi solo nel segno della libertà; il voto deve comunque premiare il merito a partire dall’impegno e dai talenti; il fatto che ci siano in giro più cellulari che anime non autorizza a sposare la logica del cosa vuoi farci, schiudendo le aule ai telefonini con tanto di inchino e riverenza.
 

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Nov 03 2017

In ricordo di Ivan Suardi

trigesimo le parole che ti direi Ivan Suardi Questo è il ricordo che ho dedicato a Ivan Suardi, L’Eco di Bergamo lo ha pubblicato ieri. Un abbraccio alla famiglia, agli amici, ai tanti che lo conoscevano e gli volevano bene.
 
Troppo presto ci ha lasciati Ivan Suardi, 58 anni ancora da compiere. E viene da chiedersi chi mai potrà prendere il posto di quell’allegra risata e contagiosa, chi sarà in grado di regalare quelle melodie come solo lui sapeva. Nato e cresciuto in una famiglia con la musica nel cuore, Ivan si ritrova a esibirsi praticamente per caso: il gruppo – dal curioso nome «Servizio informazioni», d’altronde quella era l’epoca del «Banco» e della «Premiata Forneria Marconi» – non aveva il tastierista. Il fratello Vanni e gli altri ragazzi pensarono bene di obbligare il più piccolo di tutti, undici anni appena. Uno sarebbe scappato a gambe levate: non certo Ivan, che passo dopo passo stacca gli amici, diventando, lui sì, il professionista. Alla prima occasione molla il lavoro sicuro – odontotecnico – per dedicarsi al suo sogno: vivere di musica, con la musica, per la musica. Per certi versi nella musica. «Chi fermerà la musica | quelli che non si sbagliano» cantavano i Pooh in quegli anni. E di sicuro Ivan non sbaglia: il piccolo tastierista lascia il posto al protagonista di mille concerti tra locali, matrimoni e altre occasioni. I generi? Di tutto un pop, strizzando l’occhio al blues, ai ritmi sudamericani, al jazz. Nel 1990 – ben prima dell’avvento di Internet – concepisce il suo sogno: Trendaudio, la library musicale con migliaia di brani originali messi a disposizione di reti televisive, case cinematografiche e agenzie pubblicitarie. Un progetto di livello planetario, sostenuto dalla certezza che la buona musica è quella magia che sa mettere in relazione le persone. Ivan era fatto così: grazie a lui gli amici spaiati trovavano la fidanzata, i solisti una scrittura, le band una serata. In famiglia, ecco il padre meraviglioso per Federica, il marito dolcissimo per Tiziana. Di recente, Ivan decide di mettere in piedi un gruppo per rinnovare la passione della musica dal vivo. Una band tosta, ancora un inizio, perché dove nasceva qualcosa di nuovo lui era sempre in prima fila. Musicista, visionario, precursore: ecco Ivan Suardi in tre parole, uomo certamente libero, e migliore. [foto Tiziano]
 

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Ott 27 2017

Stay tuned with yourself

IMG_2867 È quadrato, in legno, misura circa 22,5 cm per lato. Al suo interno troviamo una discreta quantità di sabbia, sei sassi, due attrezzi per il lavoro e altrettanti volatili a ingentilire. È un giardino giapponese, o zen. Contrariamente a tablet e smartphone, che ci connettono comunque altrove e talvolta con chissà chi, il presente dispositivo consente di metterci in relazione qui e ora con noi stessi. Se nella vita ordinaria usiamo in prevalenza le competenze logico-matematiche dell’emisfero sinistro del nostro cervello, sempre presi a fare, produrre e scombinare; ecco, il giardino zen attiva l’emisfero destro, quello creativo e affettivo, quello che spesso costringiamo in un angolo, soffocato dalle incombenze quotidiane. Grazie a un giardino siffatto prevale il gusto semplice e immediato di pareggiare la sabbia, disporre le pietre come meglio ci aggrada, smuovere la rena quel tanto che basta per ornare la visione. Cinquant’anni fa i Giganti in Proposta cantavano: “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Oggi contentiamoci di popolare gli uffici con questi giardini, e mettiamoci mano di quando in quando a stimolare la creatività; resistendo alla tentazione di farli sparire quando il capo passa a sbirciare.
 

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