Gen 30 2017

Il regalo di Oreste

1930-abadal-buick-1930 A seguire trovate qualche stralcio della lettera di Oreste, un lettore che mi dedica parole davvero belle. Forse il fatto di essere bergamasco ma di non vivere più in zona ha per così dire accentuato il suo giudizio. Fatto sta che lettere come questa mi ripagano eccome del tanto tempo che ci vuole per metter giù un romanzo come si deve. Grazie Oreste, grazie di cuore: il regalo me lo ha fatto lei. E grazie anche a suo figlio che ci ha fatti conoscere.

Gentile professor Calzana,
le scrivo perché, dopo aver letto il suo libro “Esperia”, sto leggendo “Lux”, (entrambi regali di Natale ricevuti da mio figlio) e volevo complimentarmi con lei. Grazie a lei ho potuto venire a conoscenza di alcune cose che davvero non immaginavo, legate alla città in cui sono nato e cresciuto, e alla quale rimango profondamente legato, pur non abitandoci più da quasi trent’anni. Pensi, io che sono appassionato di automobili, e che prediligo quelle d’epoca, in particolar modo quelle da corsa, non sapevo che a Bergamo fosse stata costruita un’auto all’inizio del secolo scorso. E che avesse addirittura vinto una gara. Ma non è tutto. Non ero nemmeno a conoscenza dell’origine del nome Esperia. Grazie a lei, oltretutto, questo nome ha acquisito per me un fascino tutto particolare. L’automobile, la stella, la ragazzina figlia del Dante Milesi, un mix di fascino e di romanticismo.
Ed ecco che adesso, grazie alle sue opere, quel nome, Esperia, assume una sorta di alone romantico, in un’atmosfera magica, legata agli astri ed alla cultura greca, madre di tutte le nostre culture europee. Lei non s’immagina che razza di regalo mi ha fatto, restituendo ad un nome lo spazio e l’importanza che si merita, negli occhi e nel cuore di una persona che a 52 anni suonati continua a stupirsi per come la vita riesca ogni giorno ad insegnarci qualcosa, ed a meravigliarci con le sue bellezze.
Un cordiale saluto, Oreste
 

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Gen 19 2017

Il muro e la suora

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Il muro non
sopporta discussioni:
millimetrico il taglio,
esatta la porzione. E
pensare che non si mette
in posa, proprio come
capita a una suora.
 

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Gen 14 2017

Il muro, il tempo

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Il muro inganna
il tempo,
e sopravvive.
Il tempo inganna
il muro,
e se la ride.
 
 
The wall deceives
the time,
and survives.
The time deceives
the wall,
and laughs.
 

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Gen 06 2017

Il padrone sono me

fullsizerender Finisce una guerra – e che guerra – e di lì a poco comincia una dittatura: prova te a viverci in mezzo! Roba da non capirci più niente. A meno di non essere Alfredo Panzini, grandissimo scrittore e saggista nato a Senigallia nel 1863 ma vissuto perlopiù a Roma, dove insegnava al Mamiani.
Ebbene, nel libro “Il padrone sono me” ci trovate tutto, ma proprio tutto, per capire quegli anni lì: romanzo di formazione, narrato in prima persona dal giovane Zvanì, figlio di bracciante locale, è un racconto di convivenza antica e sghemba tra classi sociali diverse, con lembi di guerra che lasciano il segno, rimescolamenti del Biennio Rosso, con il fascismo lì evidente dietro l’angolo; figure femminili da incorniciare, con particolare menzione per miss Dolly, che tutto scatena e muove, ma vogliamo mettere le madri? E poi il mare che comunque vigila e presiede l’agil opra de l’uom che pratica la terra, senza dimenticare espressioni come faldata, innacquarito, balusca, falasco. E certo spiritazzo romagnolo che esemplifico alla svelta: “Ma voi vi pensate proprio (il Signore vi dia bene, mamma!) che ci sia l’inferno il purgatorio e il paradiso come nelle ferrovie c’è la prima, la seconda e la terza classe? L’è la grande ignorantezza che avete, ché non siete andata nemmeno alle scuole”.
Direte voi; dopo tutto questo bell’elogio, ma dove lo pesco un siffatto capolavoro: io per conto mio l’ho trovato su bancarella a € 2: prima edizione, finita di stampare per i tipi di Mondadori il 1° marzo del 1922. A voi toccherà scartabellare in rete, oppure fidarvi delle mie parole. E già che ci siamo: in quegli anni lì, fine Otto inizio Novecento intendo, di autori e libri spettacolari in Italia ne sono stati pubblicati a palate. A mio parere il 90 per cento di quel che vien pubblicato oggi in italia non vale uno di questi libri preso a caso. Garantito.
 

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Gen 02 2017

La cornice

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Distoglie lo sguardo,
impone il suo
centro. Tiene a debita
distanza la parete, isola
il quadro. Solo
se nuda la noti,
la cornice.
 

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Gen 01 2017

Il cucchiaio

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La magia del cucchiaio è
presto detta: un lato
capovolge, l’altro
deforma. Questo
specchio da tavola
infedele alimenta
visioni.
 
Per l’anno nuovo mi son detto: come sto facendo per il profilo Instagram, anche sul mio blog proviamo a mettere insieme qualche mio scatto e qualche testo in modo che facciano pendant, alla buona riscontro. Vuoi che il testo esista da prima, vuoi, più spesso, che venga coniato per l’occasione. Me la penso come una via di mezzo tra gli haiku giapponesi e le Beschreibungen tedesche, le descrizioni che vengono appioppate ai virgulti perché si abituino alla precisione. Non so se queste mie prove siano poesie, ovvero prose, ovvero un ibrido. Al punto che al momento non hanno nome, nonostante l’ottimo Paolo Giacomini si sia dato da fare per colmare la lacuna. Per ora come voce di categoria propongo il nuovo “acciaccature” e l’antico “poems”: se l’esperimento piace magari ci industriamo. In ogni caso, in questa prima uscita ho unito al cucchiaio il libro di un grandissimo della fotografia, Maurizio Buscarino.
 

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Dic 19 2016

Di pota in pòta

rocher-auguri-made-in-bergamopota-le-dor-col-duomo_679086f8-c440-11e6-8869-c42e7135d974_998_397_big_story_detail A dare il via è stato Italo, inteso come treno: una bella campagna di promozione con tanto di pota. A ruota, è il caso di dirlo, è la volta di Ferrero, che condisce il suo Rocher con l’espressione più in voga in terra bergamasca. Senonché nel farci gli auguri, i subalpini – ma anche gli italici se è solo per quello – si dimenticano per strada un accento, grave tra l’altro. Sì perché il nostro pòta si scrive così, non come da manifesto qui allegato. E’ un errore veniale, certo, mica staremo qui a remenarla per così poco, però non è che i Roscero Ferrè possono venire a casa nostra e far finta che parlano la nostra lingua. Avete presente Gargamella? Quando entrava nel loro villaggio, i puffi lo riconoscevano non perché fosse evidentemente diverso da loro, no: lo riconoscevano perché non sapeva puffare, cioè usare la loro lingua. Insomma, ‘sti qui dei cioccolatini, ma anche quelli di Italo, pòta, a puffare non sono mica buoni. Puffate, gente, puffate…
 

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Dic 08 2016

E’ tutto vero!

titanic Avete presente quando cercate una cosa e ve ne salta fuori un’altra inaspettata e migliore? Ecco, si chiama serendipity, ovvero scoperta felice. Oggi stavo maneggiando vecchi file di documenti vari, quando mi salta fuori una cartella denominata “scuola consigli di classe”. Curioso vado a spiare e trovo niente meno che i verbali di 5 consigli del 1997, quasi vent’anni fa: per capirci, era il tempo di “Laura non c’è” e del film Titanic. Apro il primo verbale e leggo quanto segue in un crescendo di stupore:

“Successivamente il Consiglio di Classe delinea le linee comuni della programmazione didattica. Il coordinatore, Prof. Calzana, dichiara il proprio scetticismo rispetto a queste enunciazioni generali, e propende per una formulazione sintetica secondo la quale in classe occorre costantemente verificare il grado di felicità condivisa da alunni e docenti: senza una efficace motivazione, senza una giusta dose di passione e divertimento non pare infatti possibile un lavoro comune produttivo. Quanto ai criteri per attuare un simile riscontro, scartati accertamenti empirici poco attendibili (arrivo a scuola in orario antelucano, frequenza dei sorrisi in classe, e simili), il Prof. Calzana propende per una periodica verifica del grado di entusiasmo degli alunni sotto forma di domande dirette, dibattiti e discussioni, individuando al contempo una strategia didattica volta a valorizzare l’autonomia operativa e la fiducia in se stessi da parte dei ragazzi. Più ortodossa la posizione dei colleghi, che suggeriscono alcuni obiettivi riassunti nella seguente tabella”.

La tabella ve la risparmio: mi limito a dire che proprio quell’anno decisi di licenziarmi da scuola, lasciando il posto fisso nonostante i due bimbi di pochi anni a carico. Voi che ne pensate di quel che proponevo allora? Nel mondo della scuola c’è ancora spazio e modo e tempo per quel mio appello del tempo che fu?
 

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